Contesti di intervento

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IL LAVORO

Ho iniziato la mia carriera occupandomi di orientamento nelle scuole medie e superiori, con associazioni e cooperative; poi con un consultorio romano che offriva consulenza a chi era fuori dai circuiti formativi e lavorativi. Credo che occuparsi di orientamento voglia dire favorire il riconoscimento di ciò che si è fatto e coglierne il rapporto con il mercato del lavoro. E’ un modo di intendere la competenza a progettare, che invita a confrontarsi con la realtà e riconoscere il già fatto, piuttosto che guardare sempre a ciò che non si è fatto e si vorrebbe fare.

Di questa competenza mi occupo continuamente anche nel mio studio privato, dove spesso arrivano domande di psicoterapia di persone in crisi rispetto al loro percorso professionale o formativo.

Mi sono occupata anche dell’altro versante: la chiamano selezione del personale, ma preferisco, ancora una volta, chiamarla orientamento. Credo si possa offrire un servizio utile ad organizzazioni di lavoro e candidati, se, invece di lavorare con l’idea di cercare il “candidato migliore”, si propone un pensiero su competenze e progetti di sviluppo, sia dei candidati che dell’organizzazione.

Mi occupo poi di rischio psicosociale e stress lavoro correlato. Credo vi siano molti modi di intendere questo filone di intervento. Ad esempio si può pensare che lo stress sia il prodotto di variabili strutturali negative da rimuovere. Oppure che sia un modo di vivere un contesto lavorativo a prescindere dalle sue caratteristiche. Io credo che occuparsi di stress voglia dire dare senso a sintomi che parlano di rapporti problematici entro i contesti lavorativi organizzati da culture che ostacolano lo sviluppo. Ultimamente mi sto interessando ad una domanda di intervento in questo senso delle libere professioni, che spesso, prive di organizzazioni entro cui esprimere problemi, si sentono sole. Stanno nascendo quindi i primi progetti sullo stress lavoro correlato nella professione di Avvocato, di Commercialista, etc.

Sto imparando in quest’ambito di lavoro che la crisi è un modo per esprimere la difficoltà di andare avanti entro una cultura che si fonda sulla brama di spartirsi risorse piuttosto che sul desiderio di costruirne. E che se si comincia a pensare che si può fare, che si può essere competenti a costruire risorse, si fa strada in modo evidente il desiderio di esserlo e la domanda di diventarlo.

 LA SCUOLA E LA FORMAZIONE

Ho lavorato nelle scuole con diverse funzioni: orientamento, assistenza alla disabilità, progetti sul bullismo, consulenza sulla formazione.

Una cosa che ho capito è che la scuola italiana è organizzata sull’idea che la formazione è sempre indesiderabile. Ho conosciuto molte eccezioni grazie alle quali ho imparato molto, ma nel complesso credo che la scuola si regga su una cultura adempitiva che non prevede la possibilità di desiderare l’apprendimento.

Ricordo una docente di italiano in una scuola superiore professionale, molto temuta dagli allievi, e molto lusingata dalla fantasia che i suoi studenti studiassero solo con lei. Ero in quella classe come assistente alla disabilità di due ragazzi, che venivano ignorati da questa docente poiché non contribuivano alla sua necessità di essere lusingata da un atteggiamento adempitivo. Le proposi di ragionare insieme su modi di intendere l’insegnamento che potessero aiutare gli studenti ad appassionarsi allo studio, ciascuno come poteva. Mi rispose che allo studio non ci si deve appassionare, ma ci si deve applicare. E chi non si applica? Per quello esiste la possibilità di bocciare, mi rispose.

Quando lavoro nelle scuole penso alla possibilità di valorizzare le alternative all’adempimento, all’esecuzione di programmi, al risolvere il problema delle differenze “votando” gli studenti. Penso a connettere studio e desiderio, scuola e futuro degli studenti, insegnamento e vitalità/esperienze dei docenti. Credo che sia utile rispetto a qualsiasi problema sul quale sono chiamata ad intervenire, dato che i problemi a scuola mi sembrano sempre il sintomo di una sconnessione tra apprendimento, desiderio e obiettivi.

L’INTEGRAZIONE

Alcuni anni fa ho iniziato ad occuparmi di disabilità entro un’ associazione di promozione sociale della periferia romana, di cui ero presidente. A noi si rivolsero le famiglie di bambini e giovani con diagnosi di disabilità, chiedendo contesti di integrazione per i loro figli. A noi e non alle cooperative sociali, numerose sul territorio, che per mandato istituzionale si occupavano di riabilitazione e assistenza alla disabilità. L’ipotesi che facemmo fu quella che per queste famiglie l’associazione rappresentasse una risorsa proprio perchè non si occupava di disabilità, ma era organizzata da obiettivi altri: poteva dunque fornire alternative all’appiattimento dei rapporti e dell’identità di queste famiglie sulla diagnosi di disabilità di uno dei suoi membri.

Questa ipotesi fu utile a sviluppare nuovi servizi dell’associazione; destò la mia curiosità relativamente alla storia del mandato di integrazione della disabilità ed ai modi con i quali veniva trattato. Scoprii le massicce aspettative di integrazione di cui è investita l’istituzione scolastica ed iniziai ad interessarmi a quelle figure che si occupano di integrazione nella scuola: AEC e Assistenti Specialistici. Ho lavorato come assistente e poi come coordinatore dell’assistenza alla disabilità in scuole superiori, ho partecipato alla costruzione di nuovi progetti integrazione scolastica e alla realizzazione di laboratori di formazione per Assistenti alla disabilità finanziati dalla Provincia di Roma.

Sono molto affezionata a questo ambito del mio lavoro; lavorare con le persone disabili e con i loro contesti mi ha fatto sperimentare cosa vuol dire entrare in rapporto con l’alterità: rinunciare alle procedure, al prevedibile, alla pretesa di controllo e uniformità; aprirsi all’imprevisto, alla variabilità. Inoltre ho imparato che la disabilità ha il potere di rivelare il grado di conformismo dei contesti, ossia la loro difficoltà ad avere a che fare con le differenze; e allo stesso tempo rappresenta una opportunità di cambiamento per questi contesti ( la scuola, il lavoro, la famiglia, etc )

Questo vale per il lavoro con le persone disabili, ma potrei estendere a tutte quelle fasce di popolazione a rischio di emarginazione con i quali mi è capitato di lavorare, ad esempio gli anziani, i detenuti, le famiglie delle periferie. Anche nel mio studio privato arrivano richieste di aiuto che parlano di solitudine, di emarginazione, di perdita del sentimento di appartenenza.

Credo che in questi ambiti il mio lavoro consista proprio nel costruire domande di integrazione, cioè nel costruire con le persone e con i contesti il desiderio di sapere utilizzare le differenze per crescere. Non è semplice nella cultura attuale, ma nella mia esperienza è una competenza molto apprezzata una volta conosciuta.

LA FAMIGLIA

Nella mia esperienza molte domande di psicoterapia sono organizzate a partire da una difficoltà a vivere e simbolizzare i rapporti familiari. La famiglia è un luogo di rapporti “difficile”, proprio perché vissuto nella nostra cultura come quello più importante, il primo, il fondamentale. Questo implica che vi siano attese idealizzate della famiglia, che producono frustrazione nella vita reale. Oggi ancor di più perché, accanto all’ enfasi idealizzante la famiglia, si fa strada una crisi della sua univocità.

Ricordo il mio tirocinio di specializzazione in un consultorio familiare romano, oberato di domande di aiuto prodotte dalla fantasia che il consultorio – proprio perché “familiare” – potesse ripristinare l’immagine ideale della famiglia: genitori e coppie felici con figli sorridenti e rispettosi o figli compresi e assecondati da genitori perfetti. Oppure che potesse aiutare a costruire questa famiglia ideale: molti arrivavano sperando che dopo un percorso di psicoterapia sarebbero riusciti a trovare l’uomo/la donna ideale, a fare dei figli, ad avere una casa, etc. Potremmo anche dire che venivano da noi a farsi deludere, a farsi accompagnare nella delusione, per spostarsi dall’idealità a progetti di vita che, forse è il caso di specificarlo, sono ben altra cosa. Un progetto riconosce la realtà, la propria storia, i rapporti con le persone, consente di apprezzarli nella loro verità; l’idealità nega tutto ciò.

Ho in mente questo anche quando lavoro nel mio studio e accolgo domande che parlano di rapporti familiari difficili. E spesso ho lavorato su questo anche entro interventi domiciliari col pretesto del dopo scuola a bambini/ragazzi con “difficoltà di apprendimento”, assistenza a disabili, consulenza per il rapporto genitori – figli. Intendo la mia competenza in questo ambito come assistenza alle relazioni in quei cambiamenti che la famiglia attraversa continuamente e che oscillano tra l’essere vissuti come una promessa, una minaccia, una opportunità di sviluppo.

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