attualità, Servizi

CAMBIAMENTO, PARTECIPAZIONE, SOLITUDINE. Un progetto per la Banca del Tempo del I Municipio.

Le Banche del Tempo nascono in Italia nel 1995, ispirandosi all’esperienza inglese dei LETS (Local Exchange Trading System).  L’idea su cui si fondano è quella di costruire un mercato alternativo dove i servizi non si pagano, ma si scambiano; per esempio: io fruisco di un servizio di babysitteraggio – perché questa è la mia esigenza – e in cambio offro un servizio di consulenza contabile – perché questa è la mia competenza.

In Inghilterra l’obiettivo  dei LETS è la creazione di un mercato accessibile alle fasce di popolazione meno abbienti,  che hanno bisogno di servizi, non hanno soldi per accedervi, ma hanno competenze che possono essere utili a loro volta nel medesimo mercato.

In Italia questa idea si sviluppa in fretta e dentro significati culturali specifici. Se si esplorano i siti in cui se ne parla, si vede che il problema con cui vengono messe in rapporto le Banche del Tempo non è quello della povertà, ma quello della solitudine che prolifera dentro culture individualiste ed avide. Siamo negli anni ’90, periodo in cui il lavoro viene celebrato ed esaltato come strumento di autorealizzazione e come mezzo per costruire la propria ricchezza personale. Mentre il mito del self made man impazza nel mondo occidentale, dunque, il mercato alternativo delle Banche del Tempo propone il lavoro come momento di scambio, slegandolo dalle mere aspirazioni economiche e connettendolo al tema dell’integrazione.

Una proposta rivoluzionaria, che come tutte le proposte rivoluzionarie, necessita di una continua revisione e manutenzione di senso in rapporto all’esperienza. Per esempio, esplorando le proposte online delle Banche del Tempo, si intuisce che gli iscritti a queste realtà sono in maggioranza donne. Di poveri se ne vedono pochi, mentre è la classe media che sembra interessata a queste iniziative. L’età media dei partecipanti è elevata. Sarebbe interessante studiare approfonditamente questi dati per capire che funzione sociale stanno svolgendo le Banche del Tempo, come sono cambiate in rapporto al cambiamento della società intorno a loro. Senza una comprensione di questo cambiamento si rischia una svalutazione di queste iniziative, che si trasformano in una prassi complicata, economicamente insostenibile, priva di investitori.

Pensiamo per esempio all’idea che l’unità di misura sia il tempo, per cui, a prescindere dalla competenza che si offre o si riceve, a prescindere dalle motivazioni che spingono le persone a partecipare, e dagli obiettivi dell’iniziativa, ciò a cui si ha diritto è un’ora di prestazione, e ciò che si deve in cambio è un ora di prestazione. E’ una cultura rischiosa, sdifferenziante, che non tiene conto della domanda con cui le Banche del Tempo lavorano e rispetto a cui sono diventate occasioni di partecipazione alla vita civile, sociale e politica, di valorizzazione di competenze che rimangono escluse dal mercato del lavoro, di costruzione di relazioni territoriali intorno ad interessi, di contrasto alla solitudine ed all’impotenza. In questo senso sarebbe più utile, oggi, parlare di Banche delle Relazioni, dove si promuove lo scambio intorno ad obiettivi comuni.

Va in questa direzione il lavoro prezioso che fa la Banca del Tempo del Primo Municipio che è riuscita a svilupparsi in modo creativo in rapporto ai problemi ed alle domande del proprio territorio, con un fiorire di occasioni di incontro, organizzate dagli stessi partecipanti, su temi culturali e su competenze. Entro questa Banca del Tempo è nato il progetto “CAMBIAMENTO, PARTECIPAZIONE, SOLITUDINE. Incontri con la Psicoanalisi sui problemi della convivenza sociale”. Si tratta di un ciclo di incontri di discussione, tenuti dalla Dott.ssa Sonia Giuliano per i correntisti della Banca del Tempo, finalizzati a comprendere, attraverso categorie psicoanalitiche, il cambiamento dei contesti di appartenenza dei partecipanti, a partire proprio dalla stessa Banca del Tempo.

Gli incontri inizieranno mercoledì 28 novembre, con un appuntamento di conoscenza e presentazione del progetto e proseguiranno con due appuntamenti al mese, sempre di mercoledì, dalle 10:30 alle 11:30.

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attualità, casi clinici

Il cambiamento (e i molti modi per ignorarlo). Un caso.

Il tema del cambiamento è cruciale in questo momento storico e politico di grande turbolenza: rottamazioni, rivoluzioni, ripartenze prive di eredità vengono invocate con violenza e rancore. Ma quanto ha a che fare questo con il cambiamento?

Nei discorsi motivazionali spesso si racconta che nella lingua cinese la parola “crisi” – wēijī – include sia il concetto di pericolo che quello di opportunità. Non è vero, con buona pace dei motivatori; ma la realtà è anche più interessante e riguarda l’argomento di cui ci occupiamo.

In cinese la parola che indica “opportunità” è Jīhuì.

Crisiwēijī – e opportunità – Jīhuì – hanno in comune la sillaba Jī, che sta ad indicare una una situazione di cambiamento.

I cinesi sembrano sapere che il cambiamento esiste, e che ci sono modi diversi di viverlo e trattarlo.

Siamo costantemente entro contesti che cambiano; perché siamo nella storia, perché viviamo entro relazioni e queste ultime sono mutevoli, si sviluppano. Il cambiamento esiste e noi possiamo accorgercene o no, tollerarlo o no, viverlo come qualcosa che si subisce o come un processo a cui si ha il potere di partecipare, farlo divenire una crisi senza fine o una opportunità. Ciò che non è scontato, dunque, è la possibilità di dare senso ai cambiamenti con cui ci si confronta, di rintracciale fili e direzioni entro la mutevolezza delle relazioni e dei contesti, a volte confondente.

Oggi sembrano mancare proprio le categorie utili per leggere e orientare i cambiamenti in atto, che dunque diventano confusi, caotici, privi di senso, folli.

cambiamentoIn questa confusione, che implica una assenza di significati condivisi, si collocano la fantasia di rottamazione, quella di ricominciare da capo, quella di dimenticare tutto e darsi un’altra possibilità. Si tratta di fantasie distruttive quando aspirano a sbarazzarsi della complessità dei contesti, invece di comprenderle.

Si pensi, ad esempio, alla crisi che sta vivendo la democrazia, nel nostro paese e non solo. In balia della confusione connessa a cambiamenti radicali e poco esplorati nella loro dimensione culturale e pragmatica, il popolo domanda soluzioni immediate, controllanti e semplificanti, che i processi democratici non danno[1].

Se pensiamo alla complessità insita, solo per fare qualche esempio, nella globalizzazione dell’economia e delle culture, nel rapporto con risorse naturali che danno segni di esaurimento, nei fenomeni migratori, nell’acquisizione di nuovi diritti civili e nella loro progressiva estensione a persone che prima ne erano escluse, possiamo ben dire, prendendo a prestito le parole di George Bernard Shaw, che per ogni problema complesso esiste una soluzione semplice: ma è sbagliata.

Dinamiche analoghe si possono vivere entro il lavoro, la famiglia, il contesto amicale, la scuola, etc. La domanda di aiuto alla psicologia – di persone, famiglie, gruppi, organizzazioni – origina sovente dalla difficoltà a costruire senso entro processi di cambiamento.

Carla, una giovane donna di 26 anni, arriva in analisi perché da alcuni mesi scoppia in pianti improvvisi di cui non capisce il motivo e che sente di non poter controllare. Questo la mette profondamente in imbarazzo nei contesti che frequenta e vorrebbe capire cosa le accade. Teme di non essere cresciuta, di essere ancora una bambina e pensa che forse sarebbe meglio rientrare in Italia, in famiglia, oppure trasferirsi in un altro paese, dove ancora non si è bruciata la reputazione a causa di questo suo atteggiamento infantile.

Da circa un anno Carla si trova all’estero, dove, dopo un tirocinio in una azienda, è stata assunta. Il suo trasferimento, intrapreso a suo tempo con grande entusiasmo, è stato l’occasione per chiudere in fretta una relazione con un uomo più grande, da cui si sentiva dipendente. Negli ultimi mesi sta frequentando un suo collega di lavoro, che le piace, anche se dubita che potrà mai provare il trasporto che viveva nella relazione precedente. Mentre lo racconta piange, ma non come una bambina che cerca conforto materno.

Forse il problema di Carla è esattamente il contrario di quello che lei ipotizza.

Le chiedo a cosa associ il pianto, oltre che all’infanzia. Mi dice che le viene in mente il lutto, cioè la perdita di qualcuno o qualcosa. Forse ciò che Carla sta perdendo è proprio la sua parte infantile. Si sta rendendo conto di essere dentro rapporti simmetrici, dove lei non gioca più la parte della bambina da accudire, ma dove si trova confrontata con relazioni e contesti che le chiedono qualcosa. E sembra che si stia rendendo conto che ha le capacità per stare dentro questi rapporti. Questa ipotesi, che Carla accoglie con meraviglia, ma anche con gratitudine, apre alla possibilità di esplorare i suoi contesti, che pure stanno cambiando: per esempio al lavoro le stanno chiedendo di occuparsi di un nuovo progetto su cui si sta investendo molto; di questo progetto Carla comincia a chiedersi il senso, invece di preoccuparsi di esserne all’altezza. Mentre nella sua famiglia la malattia degenerativa di cui soffre sua madre la sta confrontando con una posizione accudente, che sta facendosi largo tra le vecchie pretese di essere accudita.

Questo caso dice del rischio enorme che l’ignoramento dei cambiamenti comporta: la difficoltà di vedere il passaggio cruciale che stava sperimentando avrebbe potuto portare Carla a sprecare il lavoro prezioso che aveva fatto sino a quel punto.

Ora pensiamo, più in generale, ai principali contesti di appartenenza con cui siamo confrontati ed al loro mutamento vorticoso e confuso negli ultimi 30 anni. Sta cambiando la famiglia, in quanto soggetto sociale investito di aspettative e mandati: per esempio non c’è più una sola famiglia, i figli non rappresentano più il destino e la finalità dell’essere famiglia, e si fa fatica a trovare nuovi significati. Sta cambiando anche il lavoro, non solo nelle forme che i mercati assumono, ma nel suo significato: la flessibilizzazione e la globalizzazione hanno cambiato radicalmente il rapporto tra i lavoratori e le loro organizzazioni di appartenenza.

Si tratta di situazioni di cambiamento in cui ci si può vivere immobili, esclusi, perché non si hanno categorie per comprenderle, contestualizzarle, averci a che fare, costruire alternative. La psicoanalisi può occuparsi di costruire queste categorie insieme con chi desidera sentirsi partecipe del cambiamento dei propri contesti.

 

NOTE:

[1] O non dovrebbero dare. Possiamo anzi dire che la crisi della democrazia inizia proprio quando questa promette soluzioni semplici e immediate, screditando il dibattito tra posizioni ed idee differenti, proposto come lungo, inutile e dispendioso, e delegittimando tutte le istituzioni che garantiscono e governano questo dibattito.

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Cervelli in fuga? Miti e problemi della mobilità internazionale in una prospettiva psicologica.

 

logo mobilitàAlcuni dei principali giornali italiani hanno ormai una rubrica dedicata alla “fuga dei cervelli” italiani; vi si narrano storie di giovani eccellenti, esclusi dal mercato del lavoro italiano, che all’estero ce la fanno; vi si esprimono personalità autorevoli del mondo politico o accademico, concordando quasi sempre su una premessa: andare via dall’Italia è una necessità.

“Ragazzi, non tornate” è l’ultima dichiarazione illustre rivolta ai giovani italiani all’estero. Ilvo Diamanti titola così un articolo pubblicato il 4 settembre su Repubblica, argomentando: l’Italia non investe sui giovani, ma è impegnata a tutelare i privilegi degli anziani, dentro un quadro desolante di invecchiamento della popolazione[1].  Meglio esclusi che impotenti, sembra dire Diamanti, mettendosi automaticamente tra gli impotenti che vivono l’Italia come luogo in cui è possibile solo prosciugare risorse.

Una provocazione? Forse; fatto sta che il discorso pubblico intorno alla mobilità dei giovani italiani si organizza quasi sempre intorno alla rabbia, all’esclusione, alla colpa, alla necessità, all’abbandono, alla fuga.

Da circa un anno vivo e lavoro in Belgio, a Bruxelles; nella mia attività di psicoterapeuta incontro italiani qui residenti che mi parlano della loro esperienza di espatrio, alle volte nei termini di queste emozioni.

Ma c’è anche molto altro.

C’è il coraggio, per esempio; c’è la curiosità; ci sono l’imprenditività e la creatività; e poi la scoperta, la sorpresa, la meraviglia, lo spaesamento.  

Di tutto questo, di questa complessità e di queste emozioni difficili da sostenere, non c’è traccia nel discorso pubblico, che amplifica un mito della migrazione impoverente e desolante, favorendo proprio quella mancanza di fluidità ( i “cervelli” che fuggono e non ritornano ) di cui si preoccupa.

In un bellissimo articolo su migrazione e integrazione, Massimo Cirri definisce l’integrazione come possibilità di andare e tornare; si tratta prima di tutto di un vissuto di possibilità.  Se vogliamo, la retorica della rabbia e della colpa che accompagna il mito dei cervelli in fuga schiaccia questo vissuto di possibilità, appiattendo la complessità e la ricchezza di una esperienza di trasferimento.

Già, perché le persone che si spostano non sono solo cervelli, non stanno solo andando via da qualche parte, non sono solo italiani. Per esempio hanno dei progetti o dei sogni, hanno delle competenze, hanno degli interessi e delle passioni, hanno delle reti di relazioni, hanno delle idee.

Con il gruppo di colleghi con cui mi occupo di culture del lavoro, abbiamo deciso di capire qualcosa in più su questa questione. Stiamo facendo ricerca sui miti che organizzano la mobilità internazionale e sul loro rapporto con le culture del lavoro[2]. Una delle cose che stiamo capendo è che un vissuto che accompagna i trasferimenti per lavoro è quello della solitudine. Non è così univoco, scontato e banale il senso di questa emozione. Nel modo in cui la stiamo incontrando, solitudine significa tre cose:

E’ innanzitutto una crisi delle appartenenze. Abdelmalek Sayad[3], sociologo algerino che si è occupato a lungo di fenomeni migratori, parla di doppia assenza per definire la condizione di chi si sposta dal paese d’origine: ci si sente fuori dai sistemi di appartenenza che si sono lasciati, ma ci si sente fuori anche da quelli del paese in cui si è arrivati. E’ molto interessante il costrutto di funzione specchio che propone per spiegare questo vissuto di assenza; lo reinterpreto così: entrare in una nuova cultura permette di rendersi conto della non scontatezza della cultura di appartenenza, ma pure di quella nuova che si sta sperimentando.  Una delle fondamenta dell’identità – l’appartenenza ad una cultura – smette di essere qualcosa di scontato, di naturale, di non visto. La si comincia a vedere da fuori; la si può cominciare a pensare. In questo senso, più che di doppia assenza, potremmo dire che si tratti di una prima, forte, importante presenza, intesa come capacità di pensare le proprie premesse culturali.

In secondo luogo la solitudine è una esperienza di cedimento di fantasie e di attese, che sempre accompagnano un’esperienza di trasferimento. Mettiamo, per esempio, che si lasci l’Italia nella fantasia che questa sia priva di opportunità, che invece abbondano nel paese dove si è diretti; il più delle volte si finisce per constatare che la possibilità di lavorare non è qualcosa che si trova per strada o che si pesca da un cestino più o meno pieno, ma è qualcosa che si costruisce, con impegno, idee, competenze, progetti.   Quando nel confronto con la realtà le fantasie vengono disattese, le emozioni che accompagnano questa de – illusione possono essere le più disparate, ma di sicuro una di esse, forse la più basilare, è quella di trovarsi improvvisamente fuori, soli, di fronte ad una realtà complessa, ancora da comprendere, esplorare; una realtà non scontatamente amica e nemmeno nemica a prescindere.   

Dentro queste accezioni la solitudine è un momento trasformativo e di conoscenza prezioso. Una delle domande che ci stiamo ponendo nel fare ricerca sulla mobilità, è: a quali risorse si può attingere per utilizzare questa opportunità?

Infine la solitudine è l’emozione che la complessità che si sta vivendo sia incondivisibile; che non vi sia nessuno con cui se ne possa parlare; che si sia soli, privi di risorse per pensare.

Ciò che pensiamo è che i miti sulla mobilità, che semplificano e appiattiscono, alimentino questa ultima accezione della solitudine, a scapito delle altre, legittimando la fantasia che non se ne possa parlare. Pensiamo alla retorica della facilità di avere successo all’estero, di fronte alla quale anche esperienze molto interessanti vengono liquidate come fallimenti.

Per questo spesso mi capita di incontrare pazienti che parlano dei loro trasferimenti, a volte numerosi, come di un voltare pagina, un ricominciare da capo. Le esperienze che sono andate diversamente da ciò che ci si aspettava vengono trattate come qualcosa da accantonare, a cui smettere di pensare, da nascondere anche con un po’ di vergogna, in una sorta di gioco d’azzardo incoraggiato dal motto: ritenta, sarai più fortunato.

 Invece, domandarsi cosa ci si aspettava e riconoscere tutte le altre – tante e a volte preziosissime – cose che sono accadute, è una competenza fondamentale per costruire il valore e l’utilità delle proprie esperienze.

di Sonia Giuliano

 

[1] Dovendo fare un’analisi politico-sociologica, la situazione italiana è ben più complessa e per nulla riducibile ad un conflitto generazionale. Nei commenti all’articolo di Diamanti, per esempio, molti urlano il più grande problema italiano: la corruzione.  E se parlando di corruzione ciò che viene in mente sono le “mazzette”, siamo ben lontani dalla comprensione di un fenomeno che è culturale e pervasivo. La corruzione è una perversione dei rapporti, che smettono di essere luogo della creazione di risorse ( le risorse sono per definizione a disposizione di una comunità)  e diventano luogo da depredare per un tornaconto individuale. O, se vogliamo, è una perversione delle appartenenze, che smettono di essere una premessa e diventano un fine. Un esempio facile: la famiglia è un sistema di appartenenza; nel gruppo di colleghi psicologi con cui lavoro usiamo dire che l’obiettivo della famiglia è preparare l’uscita dei suoi membri da essa; per esempio aiutando un figlio ( ma pure un marito, una madre o una nonna ) ad esplorare il mondo e l’estraneità che comporta. Questo apre, chiaramente, a scenari imprevedibili. Se la famiglia, invece, opera per autopreservarsi e per scongiurare l’imprevedibilità ( per esempio perché i suoi membri temono di non avere potere fuori da essa ) allora tenderà a considerare una minaccia da neutralizzare qualsiasi tentativo di esplorazione esterna. L’espulsione, l’esclusione, l’impotenza, la paura sono i vissuti che organizzano le famiglie, e in generale tutti i sistemi di appartenenza, che si vivono come fine più che come premessa. L’Italia di cui parla Diamanti sembra proprio questo tipo di sistema di appartenenza chiuso: una famiglia in cui i giovani rappresentano potenzialmente la parte destabilizzante e che quindi hanno due destini: rimanere bloccati e impotenti o pagare lo scotto dell’esclusione.

[2] Siamo un gruppo di psicologi e ricercatori che lavorano con persone, aziende, sindacati e ordini professionali per esplorare e intervenire sui problemi collegati alla simbolizzazione del lavoro. La Dott.ssa Fiorella Bucci, ricercatrice presso il Dipartimento di Psicoanalisi dell’Università di Gent, si sta occupando insieme a me di esplorare i significati della mobilità internazionale per gli italiani residenti in Belgio. Un primo contributo scientifico su questa esplorazione è stato presentato ad un convegno su “culture del lavoro e intervento psicologico”, organizzato da SPS Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica.

[3] Sayad, A.; ( 2002). La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato. Raffaello Cortina Ed.

attualità, Senza categoria

“Pensa, prima di parlare”. Un evento per discutere di nuove e vecchie forme di emarginazione delle donne.

 

femministe italianeI giochi di potere non sono solo maschili, sono anche noiosi.

E’ uno degli slogan che, scritto a grandi lettere sul basamento di una colonna, si può leggere se si ha la fortuna di entrare a Palazzo Nardini, storica sede del Movimento di Liberazione della Donna, occupata negli anni 70 da centinaia di donne, ragazze, bambini e neonati in carrozzina, che inseguivano un sogno di dignità e libertà.

E’ una frase forte; vera, soprattutto. Perché quando le relazioni sono orientate alla spartizione dei poteri non prevedono nessuno sviluppo. Non prevedono cambiamento. Sono noiose, appunto.

Ancora oggi, entro molti contesti ( soprattutto quelli in crisi, come la famiglia, la scuola, alcuni contesti professionali ) le relazioni si organizzano secondo la fantasia che ciò che conta è conquistare e preservare potere. Come se non ci fossero altri modi di contare qualcosa, di essere qualcuno. Questa fantasia genera una violenza che si esprime in infiniti aspetti della relazione. E a farne le spese sono spesso quelle categorie sociali che, storicamente e socialmente, sono più a rischio di emarginazione; per esempio le donne, i bambini, gli anziani, i disabili, i giovani. Cioè tutti coloro che propongono un’estraneità, una diversità, rispetto ai poteri culturalmente dominanti. Tutti coloro che potrebbero introdurre novità, variazioni, imprevisti.

Credo che il cambiamento e lo sviluppo dei contesti siano quelle cose su cui lavorano la psicologia e la psicoanalisi. E credo che questo cambiamento passi attraverso un pensiero emozionato sulle dinamiche che bloccano.

Per questo ho accolto con piacere l’invito del Comitato Pari Opportunità dell’Ordine degli Avvocati di Bari a parlare dei significati della violenza, in occasione dell’evento sulla violenza verbale nei confronti delle donne, che si terrà il 7 marzo presso la Libreria Laterza di Bari.

Sarò presente per proporre degli spunti di riflessione, ma anche per ascoltare con curiosità l’esperienza e le idee delle persone che parleranno. Avvocate e giornaliste, per lo più; ossia professioniste che vivono ambienti professionali molto competitivi; una competizione che spesso si esprime nel marginalizzare le donne. Ma anche professioniste che, in qualche modo, ce l’hanno fatta: si sono fatte largo entro campi della vita professionale che un tempo erano di esclusiva competenza maschile; hanno lavorato sodo, portando entusiasmo e, a volte, innovazioni e piccole rivoluzioni. Che oggi ancora pensano iniziative ed interventi per smascherare una cultura maschilista che oggi si esprime in modi meno diretti e meno riconoscibili. Con qualche stanchezza, certamente. Che mi auguro non sia sufficiente a farle cadere nella trappola di quei “giochi di potere” che anni fa l’MLD denunciava a gran voce; e che le consenta di continuare a promuovere una cultura della competenza, invece che della competizione.

L’appuntamento è alle 18 del 7 marzo presso la libreria Laterza di Bari. Una sede importante, che dai primi del 900 ha visto intellettuali e pensatori discutere e confrontarsi sul futuro della nostra società.

locandina evento violenza verbale

Interverranno:

Giovanni Stefanì, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Bari

Giovanna Brunetti, presidente del Comitato pari Opportunità dell’Ordine degli Avvocati di Bari

Sonia Giuliano, psicologa specialista in psicoterapia psicoanalitica, autore per la Rivista di Psicologia Clinica e blogger in psicoanalisieconvivenza.com

Giusy Stragapede, psicologa psicoterapeutica ad indirizzo dinamico, presidente dell’Associazione Gruppo Utile Onlus

Rossella Matarrese, giornalista Rai, coordinatrice di Giulia per la Puglia, rete Giornaliste Unite Libere Autonome

Maria Laterza, direttrice libreria Laterza.

Interverrà, a sorpresa, il Teatro delle Bambole.

 

Si tratta di un incontro aperto; vi aspettiamo.

attualità, famiglia, Lavoro

Vaccini, allattamento e dintorni; alcuni campi su cui si gioca la ridefinizione del rapporto tra la medicina e i suoi pazienti.

medicoAlcuni anni fa lavoravo ad una ricerca volta ad esplorare l’atteggiamento di pediatri e ginecologi nei confronti dell’allattamento. La ricerca era commissionata da un ente che promuove l’allattamento al seno e si volevano conoscere le premesse culturali con cui i medici si rapportano ai loro pazienti nel trattare l’argomento.

Una cosa interessante che scoprimmo fu che i medici ne parlavano con imbarazzo, non sapendo bene in che modo intendere la questione dell’allattamento. Per alcuni ginecologi per esempio diventava una questione di ragadi al seno o di mastite; per alcuni pediatri una questione di peso del bambino, o di allergie. Ci colpì la difficoltà dei medici a trattare un evento relazionale come l’allattamento in termini diversi da quelli della patologia. Nel linguaggio medico, inoltre, la relazione di allattamento veniva scomposta in pezzi sempre più circoscritti: il seno, il latte, il peso del bambino, etc.

Si potrebbe osservare che il compito della medicina è esattamente questo: monitorare il confine tra funzionamento normale e patologico; e per far questo è necessario scomporre, isolare, circoscrivere. Scomporre, isolare e circoscrivere sembrano, a ben vedere, strumenti che rendono possibile l’operare medico. Non solo la diagnosi, ma anche, soprattutto, la cura, che spesso è un atto invasivo. Per esempio per intervenire chirurgicamente su un paziente è importante, dal punto di vista emotivo, scindere[1] l’organo malato su cui si interviene, dal resto.

Cosa c’è di interessante allora?

Intanto che alcune specializzazioni della medicina incontrano per lo più pazienti sani, non malati, privi di sintomi di rilevanza medica. E’ il caso dei pediatri di base, che incontrano routinariamente le famiglie con bambini piccoli, portati a controllo. Ed è il caso dei ginecologi, che per esempio seguono le donne in gravidanza assicurandosi che la gestazione stia proseguendo nel migliore dei modi. Potremmo dire che si tratta di “pazienti atipici”, proprio perché … non sono pazienti: il termine paziente viene dal latino patior, che vuol dire soffrire, ma anche sopportare, essere passivo. Ed è interessante questo doppio significato che assume senso entro il rapporto con il medico: la sofferenza sarebbe ciò che motiva ad affidarsi passivamente alla persona del medico.

Nei casi di cui stiamo parlando non sembra esserci sofferenza, almeno da un punto di vista organico. Invece questi “pazienti atipici” hanno quasi sempre una caratteristica comune: stanno affrontando una criticità; la gravidanza, l’arrivo di un figlio; ma si potrebbe pensare anche agli anziani che vanno a farsi controllare dal medico di base, o a chi va a controllo periodicamente per escludere patologie delle quali non ci sono sintomi, ma con cui si ha una qualche familiarità.

Qualche tempo fa seguii una donna che si sottoponeva continuamente a check up medici completi, dopo che a sua madre era stato diagnosticato un cancro al cervello. Ogni volta che da questi check up emergeva uno stato di salute impeccabile, la donna, lungi dal sentirsi sollevata, entrava in uno stato depressivo e sviluppava una serie di sintomi psicosomatici, per i quali, poi, si era rivolta ad un consultorio. Inutile dire che questa donna non aveva alcuna fiducia nei medici che le dicevano che stava bene e ogni volta cambiava specialista, delusa dal precedente. Non entro nel merito del caso, ma mi limito ad osservare quanto le domande che arrivano ai medici siano complesse, ricche, difficili. Spesso una domanda di controllo della salute è una domanda di assistenza ad una relazione critica. Nel caso di questa donna si trattava della relazione con una madre in fin di vita, con tutta l’ambivalenza che questo comportava.

Pensiamo anche alla diatriba attualmente in atto sul tema dei vaccini. Nonostante in molti sistemi sanitari in Europa non si parli più di obbligatorietà, la posizione ufficiale della medicina è che i neonati vadano vaccinati, per garantire la cosiddetta immunità di gregge rispetto ad alcune patologie. Pertanto una delle preoccupazioni della pediatria di base, almeno in Italia, sembra essere quella di monitorare l’effettuazione dei vaccini.

Parallelamente stanno nascendo movimenti, associazioni e voci all’interno della medicina stessa, che mettono in discussione la bontà della prassi vaccinatorie. Si temono gli effetti collaterali dei vaccini, si mette in dubbio l’utilità dei vaccini su patologie non fatali, si accusa la medicina e le istituzioni di fare gli interessi delle case farmaceutiche, si temono le ripercussioni a lungo termine dell’immunizzazione artificiale. La battaglia sui vaccini appassiona, dilaga sui social e in tv; ci si schiera dall’una o l’altra parte, alimentando paure e sfiducia. Con buona pace di chi, invece, non ne può più di sentir parlare di questo argomento. E quando si arriva a non poterne più, il più delle volte, significa che è necessario cambiare vertice di osservazione.

Per esempio, invece di schierarsi, si potrebbe provare a dotare di senso questo casus belli. Se ci si pensa, questo scontro con la medicina ufficiale arriva in un momento particolare della storia della medicina. Mai come in questo momento è in atto una crisi del potere medico, di cui ho già parlato altrove[2].

 In primo luogo è in crisi il senso della funzione medica. Per lungo tempo si è chiesto alla medicina di essere onnipotente, di curare tutto, di prevenire tutto; e la medicina si è sviluppata sull’onda di questo investimento; ma questa richiesta di onnipotenza non può che essere delusa e, forse, oggi più che mai, stiamo attraversando questa disillusione. Si pensi per esempio a quanto l’aumento della vita media, una conquista dovuta in buona parte ai progressi della medicina, sia direttamente proporzionale alla vertiginosa crescita di patologie croniche e disabilità.

In secondo luogo è in crisi la fiducia nel rapporto medico – paziente che, anzi, sembra fondato oggi su una reciproca diffidenza. Il fallimento della fantasia dell’onnipotenza medica si sta tramutando in un atteggiamento di difesa reciproca. In altre parole: i pazienti non danno più per scontato che l’operare del medico sia competente e a fin di bene, perciò non accettano più passivamente le prescrizioni; i medici utilizzano le prescrizioni[3] come difesa nei confronti di un paziente diffidente, per confermare un potere che sentono di stare perdendo.

Questo è quanto sta accadendo rispetto ai vaccini: genitori sempre più preoccupati e diffidenti chiedono delucidazioni e informazioni in merito ai vaccini da fare ai figli; la medicina, messa in discussione, risponde rassicurando, terrorizzando, e prescrivendo. Ma questo non sembra essere sufficiente. La preoccupazione rimane e non sembra affare di nessuno. O quasi.

Mi ha colpito molto la posizione di un medico, il Dott. Serravalle, abbastanza conosciuto in quanto una delle poche voci fuori dal coro della medicina ufficiale; non perché contrario ai vaccini, ma perché contrario alla logica della prescrizione come rimedio alla preoccupazione dei genitori. Questo pediatra cerca di farsi carico della preoccupazione delle famiglie che si rivolgono a lui, semplicemente… facendo il suo lavoro. Invece di prescrivere i vaccini, visita i suoi pazienti, ne valuta lo stato di salute, ascolta i genitori, raccoglie la storia del bambino e della sua famiglia, ne chiede i progetti e lo stile di vita.  Valuta i casi di fronte a cui si trova, di volta in volta.

Mi colpiva perché un ipotesi che si può fare è proprio questa: lo scontro sui vaccini parla del desiderio delle famiglie di essere prese in carico, di essere viste, di essere accolte dai medici. Prendersi cura di un figlio non è mai impresa facile e una domanda che costantemente viene rivolta ai pediatri, ogni volta che si porta a controllo un bambino, è di essere affiancati in questa difficoltà, di essere assistiti. Credo che questa domanda di assistenza venga spesso vissuta come “impertinente”, nel senso di non pertinente con la funzione medica. Prescrivere a prescindere, allora, può diventare un modo per difendersi da ciò che si vive come incongruente, anzi ostacolante le proprie competenze.

Credo anche che provare a capire questa domanda, nuova, inedita, sia un modo per rifondare la relazione tra la medicina ed i suoi pazienti.

 

 

NOTE

[1] La scissione è un modo del funzionamento inconscio della mente e consiste nel tenere separati elementi che starebbero naturalmente insieme. Spesso se ne parla in termini di meccanismo di difesa: per esempio si separa il buono dal cattivo in uno stesso oggetto, per preservarlo. Nel caso dei medici potremmo definirla una competenza emotiva: scindere l’organo malato dal paziente come persona, come parte buona, consente di intervenire in modo aggressivo, per esempio chirurgicamente.

[2] Cito da un mio precedente articolo: “Si pensi alla medicina e a come è cambiato il rapporto medico – paziente negli ultimi 40 anni. Un rapporto silente fino a qualche decennio fa: il medico visitava mentre il paziente stava zitto; solo alla fine della visita il medico parlava per dire al paziente che cura avrebbe dovuto fare. Oggi il paziente chiede, vuole essere messo al corrente di ciò che accade e spesso sa o pensa di sapere (si pensi al ruolo di internet in merito); non riconosce più al medico quel potere fondato sul fatto che è lui il solo che sa; non è più “paziente”, cioè non si affida passivamente al medico, ma ne controlla l’operato.  A fronte delle denunce che fioccano in ambito sanitario i medici sentono l’esigenza di difendersi e lo fanno, per esempio, prescrivendo farmaci ed accertamenti anche quando l’esperienza clinica suggerisce che non è necessario ( è la cosiddetta medicina difensiva che costa alla sanità italiana 10 miliardi di euro ogni anno ) ; nel vissuto dei medici i pazienti cominciano a diventare qualcosa da cui difendersi più che coloro per cui si lavora. Si tratta di un conflitto che mina la base di un rapporto professionale, cioè la fiducia, l’idea che l’altro è con me e non contro di me.” 

[3] Sarà bene precisare che intendo la prescrizione non nel suo significato tecnico ( quindi come cura a fronte di una diagnosi ) , ma come proposta relazionale difensiva. Si pensi ad esempio, alla medicina difensiva, appunto, dove le prescrizioni sono utilizzate come forma di tutela del medico.

attualità, Lavoro

La strage del tribunale di Milano: solo un problema di sicurezza?

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Un agnello, un giorno, apprese che esistevano i lupi e che questi mangiavano agnelli. Avendo paura e non avendo mai visto un lupo, si costruì una capanna e impedì a tutti gli animali della fattoria di entrarvi. Questi non furono molto contenti, così che l’agnello finì per procurarsi molti nemici e si sentì più in pericolo di quando aveva come unico nemico il lupo…

E’ l’inizio di una storia sulla diffidenza che ascoltai alle scuole elementari e che mi è tornata in mente leggendo delle lunghe file all’ingresso dei tribunali italiani, provocate in questi giorni dalla intensificazione delle misure di sicurezza a seguito della strage al Tribunale di Milano.

Attese di ore che hanno impedito alle persone, avvocati per lo più, di lavorare, evidenziando il paradosso che per svolgersi in sicurezza i lavori della giustizia non devono svolgersi affatto.

Mi chiedo se queste file surreali, con i disordini che hanno provocato, abbiano fatto sorgere qualche dubbio circa la natura dei problemi evocati dal gesto folle di Giardiello – diversi capi d’accusa ed, evidentemente, violente fantasie di rivalsa.  E’ tutto riducibile a un problema di sicurezza?

Credo si possa guardare la vicenda anche da un altro punto di vista. Per esempio prendendo in considerazione che i luoghi della giustizia sono continuamente costellati di piccoli e grandi follie agite. I rapporti tra avvocati, assistiti e giudici sono sempre più organizzati dalla diffidenza e dall’ insoddisfazione e il sistema giudiziario, che dovrebbe avere la funzione di regolare conflitti, finisce per esasperarli, cristallizzandoli in dinamiche violente e senza via di uscita di cui nessuno si occupa. Quasi nessuno.

Presso l’Ordine degli Avvocati di Bari si sta svolgendo un progetto di intervento sullo stress lavoro correlato nella professione forense: l’Ordine sta provando ad occuparsi dei problemi che i propri iscritti incontrano nella professione, offrendo loro spazi di pensiero e di confronto. Occupandomi di questo progetto[1], sto iniziando a capire che la professione di avvocato si svolge oggi entro un clima culturale che rende molto difficile pensare la propria funzione sociale, svolgerla, svilupparla.

Uno dei problemi centrali di questa professione, oggi, è la diffidenza reciproca che organizza il rapporto tra avvocati e clienti. Un avvocato riassumeva questa diffidenza in modo illuminante: Nel nostro ambiente – asseriva – si dice che il tuo cliente è il tuo peggior nemico. E credo che il caso di Milano abbia tragicamente realizzato questa fantasia.

Sto parlando di una crisi del rapporto tra cliente e professionista, che non è certo un problema della sola professione forense.  Si pensi alla medicina e a come è cambiato il rapporto medico – paziente negli ultimi 40 anni. Un rapporto silente fino a qualche decennio fa: il medico visitava mentre il paziente stava zitto; solo alla fine della visita il medico parlava per dire al paziente che cura avrebbe dovuto fare. Oggi il paziente chiede, vuole essere messo al corrente di ciò che accade e spesso sa o pensa di sapere (si pensi al ruolo di internet in merito); non riconosce più al medico quel potere fondato sul fatto che è lui il solo che sa; non è più “paziente”, cioè non si affida passivamente al medico, ma ne controlla l’operato.  A fronte delle denunce che fioccano in ambito sanitario i medici sentono l’esigenza di difendersi e lo fanno, per esempio, prescrivendo farmaci ed accertamenti anche quando l’esperienza clinica suggerisce che non è necessario ( è la cosiddetta medicina difensiva che costa alla sanità italiana 10 miliardi di euro ogni anno ) ; nel vissuto dei medici i pazienti cominciano a diventare qualcosa da cui difendersi più che coloro per cui si lavora.

Si tratta di un conflitto che mina la base di un rapporto professionale, cioè la fiducia, l’idea che l’altro è con me e non contro di me. Un conflitto che riguarda oggi anche gli avvocati ed i propri clienti e che credo abbia contagiato tutto il sistema giudiziario: si è diffidenti anche nei confronti della legge e della sua applicazione.

Quello della diffidenza è un copione emozionale dilagante ai giorni nostri; ha a che fare con la simbolizzazione del potere: chi è diffidente ha paura delle relazioni di dipendenza ( il rapporto professionista – cliente ha  necessariamente degli aspetti di dipendenza )  poiché teme che il potere dell’altro possa essere usato contro di lui. Entro le culture diffidenti il potere non è mai associato alla competenza; è un potere simbolizzato sempre come cattivo, sadico, egoista. Un potere da cui si teme di essere fregati, imbrogliati, raggirati, sfruttati, truffati.

Si capisce che, entro una cultura diffidente, nei rapporti ciascuno si tutela dal potere dell’altro, cercando di esercitarne a sua volta uno.   Per fare un esempio, i clienti degli avvocati esercitano un potere non fornendo informazioni importanti o distorcendo informazioni, svalutando il lavoro del professionista, minacciando di non pagare o di rivolgersi alla concorrenza.

Qui si apre un altro grande problema della professione forense: la comunità professionale è profondamente frammentata, conflittuale, i rapporti interni sembrano orientati ad un’aspra  competizione. Si pensi al fatto che quella degli avvocati è l’unica categoria professionale dove il collega può essere la controparte, il nemico. Soprattutto, quella degli avvocati è una schiera molto numerosa, affollata, soprattutto nel sud Italia. Una schiera di professionisti che ha bisogno di clienti per esistere.

Nel corso del lavoro con l’Ordine di Bari, ho condotto una piccola indagine sull’immagine degli avvocati: un esperimento per iniziare a capire qualcosa in più di ciò che clienti e potenziali clienti chiedono alla professione forense, come la vedono, come ci stanno in rapporto. Sono emersi molti spunti interessanti. Per esempio nel cercare le persone da intervistare mi è stato estremamente difficile trovare qualcuno che non si fosse mai rivolto ad un avvocato. Tutti coloro con cui parlavo avevano fatto ricorso ad un legale anche più di una volta e per questioni di competenza civile.  Secondo queste persone le questioni per cui più frequentemente ci si rivolge ad un avvocato sono: separazioni, eredità, liti condominiali, RCA, mobbing.  In relazione all’avvocato non vengono in mente reati, ma conflitti della vita quotidiana. Conflitti che un tempo venivano gestiti diversamente, ad esempio con l’aiuto della comunità o con l’appello a valori condivisi.

Credo che questa “corsa al legale” sia in relazione ad una profonda anomia che caratterizza la contemporaneità: un’ assenza di regole e sistemi di valore condivisi, che rendono qualsiasi conflitto qualcosa da cui è impossibile uscire.

Una delle strade tentate da una certa cultura dell’avvocatura per guadagnare clienti è stata quella di sfruttare questa anomia, piuttosto che occuparsene. Cavalcare l’anomia, per esempio esasperando o scovando contenziosi per poter lavorare, vuol dire rinforzare l’idea che i conflitti possono essere solo violenti e distruttivi,  e mai qualcosa di costruttivo. Vuol dire scoraggiare il tentativo di provare ricostruire regole entro i contesti conflittuali ed alimentare l’idea che il conflitto è qualcosa in cui si vince o si perde, mentre grazie al conflitto, per esempio, i contesti possono svilupparsi. Ancora, vuol dire alimentare la fantasia che qualsiasi danno è risarcibile, che qualsiasi emozione è monetizzabile. Vuol dire incoraggiare ad agire fantasie di rivalsa, vendetta, giustizia; una giustizia che non è certo quella dei tribunali.

Un avvocato con cui abbiamo lavorato sintetizzò così la difficoltà della sua categoria: la giustizia che fantasticano i clienti non è mai la giustizia dei tribunali.  Credo che quell’avvocato abbia colto perfettamente il problema; sentirsi nel mezzo tra due entità profondamente autoriferite e con cui è difficile dialogare: le fantasie delle persone da un lato, la legge e la burocrazia giudiziaria dall’altro.

Assecondare le fantasie di giustizia delle persone è forse un modo per guadagnare un cliente nel breve periodo, ma anche un modo per svalutare l’intera categoria professionale nel lungo periodo, poiché le fantasie sono destinate ad essere frustrate dalla realtà. Ed è un modo pericoloso perché invita ad agire la rabbia, la pretesa, la rivalsa, la diffidenza entro conflitti senza fine pronti a riversarsi su qualsiasi cosa.

In questo senso il tribunale diventa davvero un luogo pericoloso, poiché luogo ove le emozioni non sono pensabili, ma solo agite con violenza, anche se non sempre si spara.

Ho parlato di una cultura legata all’ambiente giuridico, di quella che ha a che fare con i fatti del tribunale di Milano. Ma non è certo l’unica. Il lavoro che si sta facendo con l’Ordine di Bari, per esempio, apre a risorse inaspettate. Vi è un’altra cultura dell’avvocatura, una cultura che, se supportata,  invece di invidiare vecchi poteri può costruire strade di sviluppo della professione sostenibili.  Ad esempio pensandosi quale risorsa in grado di aiutare a ricostruire regole di convivenza, invece che cavalcare la loro distruzione; capace di porre limiti alle fantasie di pretesa e di vendetta, invece che alimentarle.

[1] Il progetto è condotto in collaborazione con Associazione Gruppo Utile ONLUS – Bari. ed è promosso dal Comitato Pari Opportunità dell’Ordine degli Avvocati di Bari

attualità

Le procedure e le emozioni. Qualche parola sul disastro aereo Germanwigs.

Diagnosticare è un termine che ha origine dal greco  (διά + γιγνώσκειν) e significa “conoscere attraverso”. Si può usare la diagnosi per conoscere, per dare senso a sintomi e vissuti; intesa come momento conoscitivo, esplorativo, la diagnosi può essere una parte fondamentale di un intervento “psi” a fronte di una domanda di aiuto.

Ma si può usare una diagnosi anche per smettere di interrogarsi, per chiudere un problema, per non pensarci più. L’atteggiamento diagnostico inteso in questo senso è molto comune: tizio è silenzioso perché è timido; caio alza la voce perché è aggressivo; sempronio non sta mai fermo perchè è iperattivo.  E’ la diagnosi che spiega. Sono modi che utilizziamo per smettere di capire cosa accade in un contesto, in una relazione. Ed è un modo con cui sempre più frequentemente anche la psichiatria e la psicologia trattano le emozioni. La diagnosi riduce le emozioni impreviste a disturbo da etichettare, quindi da tenere a bada.

Negli ultimi giorni i media, complici fior fiore di professionisti della psichiatria e della psicoterapia, hanno prodotto centinaia di diagnosi di questo tipo in relazione al disastro aereo causato dal copilota Andreas Lubitz, che ha portato l’aereo Germanwings a schiantarsi contro le Alpi francesi, con circa 150 persone a bordo.

Depressione è la versione più accreditata. Alcuni parlano di sindrome da burn out (una sorta di esaurimento emotivo in relazione alla vita lavorativa). Qualcuno di delirio paranoico. Ieri ho ascoltato uno psichiatra parlare molto seriamente, ad uno dei TG più seguiti dagli italiani, di narcisismo di morte. Come non conoscerlo, il narcisismo di morte! Ci sarebbe da chiedersi che senso ha parlare di narcisismo di morte in un telegiornale, dato che nessuno capirebbe di che si tratta. Certamente un narcisismo poteva essere compreso anche dai profani, ed era quello dello psichiatra che utilizzava queste parole “dotte”, ovvero incomprensibili ai più.

Ma il punto non è che vengano supposte diagnosi poco sensate. Il punto è che ogni diagnosi in questo caso è senza senso. Perché non ha senso una diagnosi post mortem; o meglio è evidente che, non potendo essere un momento conoscitivo di un rapporto terapeutico, si tratta di un tentativo di risolvere, chiudere un problema, riducendolo ad un disturbo mentale individuale. Non ad uno dei familiari delle vittime sarà utile. Non ai genitori di Andreas, che vivono un momento drammatico, lacerante. Non a chi oggi si domanda quanto è sicuro viaggiare in aereo.

Definire il disturbo mentale di A. sembrerà forse utile alle compagnie aeree, in cerca di qualcosa da prevenire attraverso il perfezionamento delle procedure di sicurezza, prima e pronta risposta data in questi giorni.  C’è qualcosa di paradossale in questo perché A. ha distrutto un aereo proprio servendosi delle procedure di sicurezza. Se ci si pensa, si può comprendere lo sbigottimento delle compagnie ed il loro tentativo di aggiungere e perfezionare procedure (compresa quella di intensificare i check up medici e psicologici del personale di volo).

Non credo sia una risposta sufficiente. Un pilota e blogger americano, Patrick Smith, scrive sul suo blog che mai nessuna accuratissima procedura sarà in grado di garantire l’assenza di imprevisto: “tutti i test medici del mondo non potranno escludere con certezza la possibilità di un crollo nervoso”. Sono d’accordo.  Anzi proprio la ossessiva affezione alle procedure ed al controllo  credo abbia avuto un ruolo in questa vicenda.

Si pensi per esempio ad Andreas, l’insospettabile, che ha tenuto perfettamente sotto controllo le sue emozioni, tanto da non far sorgere il minimo dubbio a colleghi e familiari che potesse essere utile fermarsi a capire che succedeva.

Negli ultimi tempi molti pazienti arrivano domandando di riuscire a controllare le proprie emozioni: si arrabbiano troppo e vorrebbero essere più ragionevoli, si appassionano troppo e vorrebbero rimanere più lucidi. Chiedono di imparare l’arte dell’autocontrollo. E’ un modo di trattare le emozioni: si può pensare che siano un fastidio, un ostacolo alla relazione sociale ( in particolar modo le cosiddette emozioni negative), da tenere a bada, da domare, silenziandole; si può temere di perdere cose e persone a cui si tiene a causa delle emozioni. Si può temere di distruggere ciò che si ama a causa delle emozioni. Si capisce che, viste in tal modo, le emozioni vengano simbolizzate come qualcosa da reprimere o eliminare. Da tenere sotto controllo.

Una cosa che si è capita di Andreas è che fosse davvero appassionato al suo lavoro. Pilotare aerei era sempre stato il suo sogno. Sembrerebbe che il lavoro, quel lavoro così tanto caratterizzato dal controllo e dall’applicazione di procedure, fosse la ragione di vita di A., che fosse un modo per A. di esercitare la sua esigenza di controllo. E si è capito che era in corso un percorso medico e diagnostico che avrebbe potuto portargli via quel lavoro così vitale. Una perdita di controllo  insostenibile. Una messa in scacco della illusione di poter controllare se stesso ed il rapporto con il mondo.

Controllare è sempre un illusione. Non si controlla alcunchè in realtà. Chi controlla non è mai pienamente soddisfatto del suo controllo poiché rimane sempre uno scarto irriducibile tra la propria esigenza di controllo e l’esistenza di ciò che è altro da sé; direi anche l’esistenza di sé stessi: se il tentativo è di domare ciò che si agita dentro, ciò che tieni fermo per le zampe si muove con la coda.   Andreas Lubitz ha tragicamente reificato l’unico vero modo di controllare, cioè distruggere. Solo distruggendo si annulla quello scarto tra la propria esigenza di controllo e le Cose.

Ma controllare, non è l’unico modo di simbolizzare e trattare le emozioni o lo scarto tra se ed il mondo. Per esempio delle emozioni si può parlare. Le si può conoscere. Le si può usare come informazione su ciò che accade in una relazione, in un contesto. Ci si può separare dalla proprie emozioni, dalle fantasie, le si può pensare, invece di agirle. Ma sono necessari contesti in cui sia possibile ciò, in cui le emozioni non siano considerate solo come qualcosa da arginare entro procedure.

Allora mi domando se un problema delle compagnie aeree in questo momento non sia quello di offrire contesti in cui questo sia possibile. Oltre che introdurre nuove regole e procedure (reputo di buon senso l’idea che al comando di un aereo non si rimanga mai soli, per molti motivi, non solo per paura che qualcuno sia malintenzionato) si potrebbe prendere atto che il lavoro di piloti e personale di cabina è un lavoro complicato e in rapido mutamento. Un lavoro che comporta una elevata responsabilità e al contempo vincolato a rigidissime procedure. Un lavoro che comporta il mettersi in relazione con emozioni di paura, la propria e quella dei passeggeri, rispetto alla quale le procedure non sono mai sufficientemente rassicuranti. Un lavoro che perde rapidamente prestigio sociale e le cui condizioni sono spesso difficili da conciliare con una eventuale famiglia.

Allora una buona idea potrebbe essere quella di offrire a questi lavoratori degli spazi di pensiero sul proprio lavoro e sui vissuti implicati: il rapporto con le procedure, con la responsabilità, con i vissuti e le proposte dei passeggeri. Offrire spazi per parlare dei problemi che si incontrano nel proprio lavoro potrebbe essere la sconferma che il proprio contesto lavorativo non accoglie emozioni e che queste sono da controllare, nascondere, reprimere, silenziare; nella speranza che non esplodano.