Progetto

Sin dalla sua nascita la psicoanalisi ha due anime[1].

La prima imita il modello medico nel tentativo di acquisirne il potere ed il prestigio, per altro con scarso successo: si presuppone che vi siano funzionamenti psichici normali e funzionamenti psichici patologici, comportamenti sani e comportamenti malati, emozioni buone ed emozioni cattive, pensieri giusti e pensieri sbagliati. L’inconscio qui è il luogo dove finiscono i contenuti emozionali censurati, da riportare alla coscienza, per liberarsene. L’intervento mira a curare, a ristabilire la norma e tende a tutelare le dimensioni culturali dominanti, dandole per scontate. Possiamo dire che è un intervento conformista, che assume una funzione sociale di controllo, con risultati disastrosi sia per la reputazione della psicoanalisi, sia per i contesti in cui interviene; perché il controllo è sempre impossibile: c’è un unico modo di controllare qualcosa ed è distruggerla.

Dunque possiamo ben dire che vale la pena esplorare la seconda strada della psicoanalisi, che si sviluppa in autonomia dal modello medico e normativo. Qui l’inconscio è un modo di funzionare della mente, che contribuisce alla costruzione della realtà, delle relazioni, dei contesti, connotandole affettivamente; sempre. L’obiettivo della psicoanalisi non può che essere la conoscenza dell’inconscio, cioè il modo in cui costruiamo le nostre realtà, i contesti a cui partecipiamo e, viceversa, il modo emozionato con cui i contesti ci invitano a partecipare.  Non come esercizio intellettuale, ma perché abbiamo problemi di cui è importante vedere la dimensione emozionale inconscia, simbolica, per potere costruire alternative. Lo straordinario potere dell’intervento psicoanalitico, qui, sta proprio nella creatività che si libera entro il processo di conoscenza della dimensione inconscia, simbolica, emozionale dei problemi che talvolta rendono le relazioni ripetitive e frustranti; l’esito di questo percorso di esplorazione è indefinito, non è previsto, non è finalizzato a rendere le persone, le relazioni o i contesti “più o meno qualcosa”; ad esempio, per citare alcune finalità oggi in voga, più autonomi, più responsabili, meno aggressivi, più collaborativi,  meno ansiose, meno depresse, etc.   Il metodo psicoanalitico, rintracciando la dimensione simbolica dei contesti, consente di costruire nuovi significati, produce gradi di libertà e costituisce le basi per trattare creativamente problemi, che se medicalizzati o trattati come fatti autoevidenti, inchiodano a meccanismi di correzione e controllo ripetitivi e fallimentari.

Un esempio. Se uno studente di un istituto tecnico, con diagnosi di ritardo mentale lieve, picchia un compagno durante l’ora di ricreazione senza apparente motivo, ci sono due strade che si possono prendere. La prima è quella di attribuire il gesto – considerandolo deviante, anormale – alla disabilità del ragazzo. Molta psicologia e una parte della psicoanalisi segue questa strada, in buona compagnia poichè il senso comune la traccia. E’ una strada conformista che censura l’imprevisto e il non noto e mette in atto strategie di controllo nella fantasia di poter prevenire futuri imprevisti. L’unica idea che viene alla mente seguendo questa strada è fare in modo che il ragazzo sia affiancato da una figura di assistenza anche durante l’intervallo. La seconda strada è quella di domandarsi dove si è, in quale tempo e che significato simbolico ha questo gesto nel contesto in cui si verifica. Si può allora scoprire che lo studente in questione vede nel ragazzo picchiato un punto di riferimento, che siamo nel giorno che precede le vacanze di Natale, che la scuola è l’unico contesto di socializzazione di questo studente diagnosticato. Si può iniziare a vedere che, eccezion fatta per l’intervallo, lo studente è affiancato praticamente sempre da una figura di sostegno e che tutti i suoi rapporti sono filtrati in questo modo. Il picchiare diventa comprensibile come modo per entrare in rapporto: un modo forse incompetente, ma efficace nel contesto di separazione imminente, perchè lascia il segno.

Si tratta di una ipotesi, non della verità su quanto accaduto. Il potere di questa ipotesi è quello di coinvolgere i protagonisti di questa vicenda (gli insegnanti, gli studenti, la preside, il bidello) in un pensiero in grado di costruire alternative al controllo, che è sempre frustrante; fa venire in mente altre cose che si possono fare, per esempio, per rendere tutta la scuola più competente a valorizzare i rapporti tra pari.

Una ipotesi sulla dimensione simbolica delle relazioni produce creatività. In questo senso la psicoanalisi non ha mai a che fare con una dimensione privata; al contrario, sia che si lavori con una persona in uno studio, sia che si lavori in organizzazioni, quartieri, associazioni, ha una funzione politica, poichè lavora sullo sviluppo dei sistemi di convivenza in un senso non conformista.

Il progetto “Psicoanalisi e Convivenza” mira a promuovere questa psicoanalisi, la sua funzione politica, la sua capacità di produrre contesti creativi, in grado di valorizzare il pensiero e la conoscenza delle emozioni come motore di sviluppo della convivenza. In questo blog si raccontano interventi e ipotesi psicoanalitiche su problemi e domande di attualità; da questi racconti, intesi come momenti di esplorazione e conoscenza dei problemi della convivenza, nascono progetti di intervento e servizi per le persone, per le famiglie e per le organizzazioni, sui quali, di volta in volta collaborano diversi professionisti e che coinvolgono diverse organizzazioni e istituzioni.

Un progetto, dunque, che si pone come crocevia di esperienze ed ipotesi, nell’obiettivo di valorizzare la funzione sociale della psicoanalisi e di renderla utile allo sviluppo dei sistemi di convivenza.

Per approfondimenti:

Carli, R., ( 2012 ), Editoriale. Rivista di Psicologia Clinica,2, 1 – 2.

Carli, R., & Paniccia, R. M. (2004). Analisi della domanda. Teoria e tecnica dell’intervento in psicologia clinica.Bologna: Il Mulino

Carli R., & Paniccia R. M. (1984). Per una teoria del cambiamento sociale: lo “spazio anzi”; in: Lo Verso G., Venza G., Cultura e tecniche di gruppo nel lavoro clinico e sociale in psicologia. Roma: Bulzoni.

Fornari, F., (1983), La lezione freudiana, Feltrinelli, Milano.

Matte Blanco, I. ( 2000), L’inconscio come insiemi infiniti: saggio sulla bi-logica, (a cura di P. Bria), Torino, Einaudi, 2000.

[1] Ricordiamo che Freud, padre della psicoanalisi, era un medico; per tutta la vita lottò, in maniera creativa e lasciando una eredità di pensiero magnifica e varia, tra il sottolineare con orgoglio l’innovatività e l’autonomia del modello psicoanalitico rispetto al modello medico e il rivendicare un riconoscimento da parte della comunità scientifica medica, da cui si sentiva escluso. Già nei suoi testi, dunque, si ritrovano le due anime della psicoanalisi di cui si parla.

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