Come cambia il rapporto tra medicina e società: una prospettiva psicologica sulle nuove domande di salute.

…“Oggi, i medici sono chiamati sempre di più ad occuparsi di malattie croniche e di invalidità, dalle quali, per definizione, non si guarisce. E non si ha a che fare con la guarigione nemmeno nella cosiddetta medicina preventiva o nella assistenza al fine vita. Entro queste aree di intervento, il medico non è più colui che ripristina uno stato di salute, che elimina la malattia. E non è così immediatamente chiaro cosa diventi, altrimenti, nel rapporto con i suoi pazienti, da un punto di vista simbolico e relazionale; e neppure cosa diventino per lui i suoi pazienti. La formazione in medicina, per esempio, non tiene conto di questi aspetti e, se da una parte si aggiorna continuamente in base alle nuove conoscenze scientifiche, dall’altra fa come se potesse prescindere dai mutamenti psicosociali entro cui opera il medico, lasciandolo spesso agganciato a dimensioni mitiche della medicina, impassibili al cambiamento.” …

Di Sonia Giuliano

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 rapporto-medico-paziente

Dalla collaborazione tra Psicoanalisi e Convivenza e Assis, nasce un articolo che si interroga sul rapporto medico – paziente, a partire dai numerosi sintomi che sembrano segnalarne la crisi di fiducia.

Assis è un’associazione che riunisce medici ed altri professionisti interessati a pensare questi eventi critici per farli diventare opportunità di sviluppo e cambiamento; il suo presupposto è quello della libertà di cura, che potremmo riassumere così:

“I medici non esistono perché esiste la malattia, esistono perché c’è qualcuno che si pensa malato. Non rispondono ad un bisogno, ma ad una domanda e non possono svilupparsi se non tenendo conto di questa.” ( Giuliano S. )

E proprio l’esplorazione degli aspetti simbolici di questa domanda potrebbe diventare una delle strade più promettenti su cui avviare una collaborazione tra medicina e psicologia.

Bibliografia:

Canguilhem, G. (1966). Il normale e il patologico. Milano: Einaudi.

Carli, R. (2012). Il tirocinio in ospedale. Rivista di psicologia clinica, 1, pp 3 – 20.

Carli, R., & Paniccia, R.M. (2004) Analisi della domanda. Teoria e tecnica dell’intervento in analisi della domanda. Bologna: Il Mulino.

Casement, P. (1989). Apprendere dal paziente. Torino: Raffaello Cortina Editore.

Di Ninni, A. (2011). L’apporto della domanda dei servizi alla costruzione dell’identità professionale degli psicologi. Rivista di psicologia clinica, 2, 38-44.

Fornari, F. (1976). Simbolo e codice. Dal processo psicoanalitico all’analisi istituzionale. Milano: Feltrinelli.

Giuliano, S. ( 2015). Alternative alla cultura del candidato ideale: la selezione di aspiranti medici. Blog Psicoanalisi e Convivenza. www.psicoanalisieconvivenza.com.

Giuliano, S. ( 2016). Vaccini, allattamento e dintorni; alcuni campi su cui si gioca la ridefinizione del rapporto tra la medicina e i suoi pazienti. Blog Psicoanalisi e convivenza. www.psicoanalisieconvivenza.com

“Pensa, prima di parlare”. Un evento per discutere di nuove e vecchie forme di emarginazione delle donne.

 

femministe italianeI giochi di potere non sono solo maschili, sono anche noiosi.

E’ uno degli slogan che, scritto a grandi lettere sul basamento di una colonna, si può leggere se si ha la fortuna di entrare a Palazzo Nardini, storica sede del Movimento di Liberazione della Donna, occupata negli anni 70 da centinaia di donne, ragazze, bambini e neonati in carrozzina, che inseguivano un sogno di dignità e libertà.

E’ una frase forte; vera, soprattutto. Perché quando le relazioni sono orientate alla spartizione dei poteri non prevedono nessuno sviluppo. Non prevedono cambiamento. Sono noiose, appunto.

Ancora oggi, entro molti contesti ( soprattutto quelli in crisi, come la famiglia, la scuola, alcuni contesti professionali ) le relazioni si organizzano secondo la fantasia che ciò che conta è conquistare e preservare potere. Come se non ci fossero altri modi di contare qualcosa, di essere qualcuno. Questa fantasia genera una violenza che si esprime in infiniti aspetti della relazione. E a farne le spese sono spesso quelle categorie sociali che, storicamente e socialmente, sono più a rischio di emarginazione; per esempio le donne, i bambini, gli anziani, i disabili, i giovani. Cioè tutti coloro che propongono un’estraneità, una diversità, rispetto ai poteri culturalmente dominanti. Tutti coloro che potrebbero introdurre novità, variazioni, imprevisti.

Credo che il cambiamento e lo sviluppo dei contesti siano quelle cose su cui lavorano la psicologia e la psicoanalisi. E credo che questo cambiamento passi attraverso un pensiero emozionato sulle dinamiche che bloccano.

Per questo ho accolto con piacere l’invito del Comitato Pari Opportunità dell’Ordine degli Avvocati di Bari a parlare dei significati della violenza, in occasione dell’evento sulla violenza verbale nei confronti delle donne, che si terrà il 7 marzo presso la Libreria Laterza di Bari.

Sarò presente per proporre degli spunti di riflessione, ma anche per ascoltare con curiosità l’esperienza e le idee delle persone che parleranno. Avvocate e giornaliste, per lo più; ossia professioniste che vivono ambienti professionali molto competitivi; una competizione che spesso si esprime nel marginalizzare le donne. Ma anche professioniste che, in qualche modo, ce l’hanno fatta: si sono fatte largo entro campi della vita professionale che un tempo erano di esclusiva competenza maschile; hanno lavorato sodo, portando entusiasmo e, a volte, innovazioni e piccole rivoluzioni. Che oggi ancora pensano iniziative ed interventi per smascherare una cultura maschilista che oggi si esprime in modi meno diretti e meno riconoscibili. Con qualche stanchezza, certamente. Che mi auguro non sia sufficiente a farle cadere nella trappola di quei “giochi di potere” che anni fa l’MLD denunciava a gran voce; e che le consenta di continuare a promuovere una cultura della competenza, invece che della competizione.

L’appuntamento è alle 18 del 7 marzo presso la libreria Laterza di Bari. Una sede importante, che dai primi del 900 ha visto intellettuali e pensatori discutere e confrontarsi sul futuro della nostra società.

locandina evento violenza verbale

Interverranno:

Giovanni Stefanì, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Bari

Giovanna Brunetti, presidente del Comitato pari Opportunità dell’Ordine degli Avvocati di Bari

Sonia Giuliano, psicologa specialista in psicoterapia psicoanalitica, autore per la Rivista di Psicologia Clinica e blogger in psicoanalisieconvivenza.com

Giusy Stragapede, psicologa psicoterapeutica ad indirizzo dinamico, presidente dell’Associazione Gruppo Utile Onlus

Rossella Matarrese, giornalista Rai, coordinatrice di Giulia per la Puglia, rete Giornaliste Unite Libere Autonome

Maria Laterza, direttrice libreria Laterza.

Interverrà, a sorpresa, il Teatro delle Bambole.

 

Si tratta di un incontro aperto; vi aspettiamo.

Vaccini, allattamento e dintorni; alcuni campi su cui si gioca la ridefinizione del rapporto tra la medicina e i suoi pazienti.

medicoAlcuni anni fa lavoravo ad una ricerca volta ad esplorare l’atteggiamento di pediatri e ginecologi nei confronti dell’allattamento. La ricerca era commissionata da un ente che promuove l’allattamento al seno e si volevano conoscere le premesse culturali con cui i medici si rapportano ai loro pazienti nel trattare l’argomento.

Una cosa interessante che scoprimmo fu che i medici ne parlavano con imbarazzo, non sapendo bene in che modo intendere la questione dell’allattamento. Per alcuni ginecologi per esempio diventava una questione di ragadi al seno o di mastite; per alcuni pediatri una questione di peso del bambino, o di allergie. Ci colpì la difficoltà dei medici a trattare un evento relazionale come l’allattamento in termini diversi da quelli della patologia. Nel linguaggio medico, inoltre, la relazione di allattamento veniva scomposta in pezzi sempre più circoscritti: il seno, il latte, il peso del bambino, etc.

Si potrebbe osservare che il compito della medicina è esattamente questo: monitorare il confine tra funzionamento normale e patologico; e per far questo è necessario scomporre, isolare, circoscrivere. Scomporre, isolare e circoscrivere sembrano, a ben vedere, strumenti che rendono possibile l’operare medico. Non solo la diagnosi, ma anche, soprattutto, la cura, che spesso è un atto invasivo. Per esempio per intervenire chirurgicamente su un paziente è importante, dal punto di vista emotivo, scindere[1] l’organo malato su cui si interviene, dal resto.

Cosa c’è di interessante allora?

Intanto che alcune specializzazioni della medicina incontrano per lo più pazienti sani, non malati, privi di sintomi di rilevanza medica. E’ il caso dei pediatri di base, che incontrano routinariamente le famiglie con bambini piccoli, portati a controllo. Ed è il caso dei ginecologi, che per esempio seguono le donne in gravidanza assicurandosi che la gestazione stia proseguendo nel migliore dei modi. Potremmo dire che si tratta di “pazienti atipici”, proprio perché … non sono pazienti: il termine paziente viene dal latino patior, che vuol dire soffrire, ma anche sopportare, essere passivo. Ed è interessante questo doppio significato che assume senso entro il rapporto con il medico: la sofferenza sarebbe ciò che motiva ad affidarsi passivamente alla persona del medico.

Nei casi di cui stiamo parlando non sembra esserci sofferenza, almeno da un punto di vista organico. Invece questi “pazienti atipici” hanno quasi sempre una caratteristica comune: stanno affrontando una criticità; la gravidanza, l’arrivo di un figlio; ma si potrebbe pensare anche agli anziani che vanno a farsi controllare dal medico di base, o a chi va a controllo periodicamente per escludere patologie delle quali non ci sono sintomi, ma con cui si ha una qualche familiarità.

Qualche tempo fa seguii una donna che si sottoponeva continuamente a check up medici completi, dopo che a sua madre era stato diagnosticato un cancro al cervello. Ogni volta che da questi check up emergeva uno stato di salute impeccabile, la donna, lungi dal sentirsi sollevata, entrava in uno stato depressivo e sviluppava una serie di sintomi psicosomatici, per i quali, poi, si era rivolta ad un consultorio. Inutile dire che questa donna non aveva alcuna fiducia nei medici che le dicevano che stava bene e ogni volta cambiava specialista, delusa dal precedente. Non entro nel merito del caso, ma mi limito ad osservare quanto le domande che arrivano ai medici siano complesse, ricche, difficili. Spesso una domanda di controllo della salute è una domanda di assistenza ad una relazione critica. Nel caso di questa donna si trattava della relazione con una madre in fin di vita, con tutta l’ambivalenza che questo comportava.

Pensiamo anche alla diatriba attualmente in atto sul tema dei vaccini. Nonostante in molti sistemi sanitari in Europa non si parli più di obbligatorietà, la posizione ufficiale della medicina è che i neonati vadano vaccinati, per garantire la cosiddetta immunità di gregge rispetto ad alcune patologie. Pertanto una delle preoccupazioni della pediatria di base, almeno in Italia, sembra essere quella di monitorare l’effettuazione dei vaccini.

Parallelamente stanno nascendo movimenti, associazioni e voci all’interno della medicina stessa, che mettono in discussione la bontà della prassi vaccinatorie. Si temono gli effetti collaterali dei vaccini, si mette in dubbio l’utilità dei vaccini su patologie non fatali, si accusa la medicina e le istituzioni di fare gli interessi delle case farmaceutiche, si temono le ripercussioni a lungo termine dell’immunizzazione artificiale. La battaglia sui vaccini appassiona, dilaga sui social e in tv; ci si schiera dall’una o l’altra parte, alimentando paure e sfiducia. Con buona pace di chi, invece, non ne può più di sentir parlare di questo argomento. E quando si arriva a non poterne più, il più delle volte, significa che è necessario cambiare vertice di osservazione.

Per esempio, invece di schierarsi, si potrebbe provare a dotare di senso questo casus belli. Se ci si pensa, questo scontro con la medicina ufficiale arriva in un momento particolare della storia della medicina. Mai come in questo momento è in atto una crisi del potere medico, di cui ho già parlato altrove[2].

 In primo luogo è in crisi il senso della funzione medica. Per lungo tempo si è chiesto alla medicina di essere onnipotente, di curare tutto, di prevenire tutto; e la medicina si è sviluppata sull’onda di questo investimento; ma questa richiesta di onnipotenza non può che essere delusa e, forse, oggi più che mai, stiamo attraversando questa disillusione. Si pensi per esempio a quanto l’aumento della vita media, una conquista dovuta in buona parte ai progressi della medicina, sia direttamente proporzionale alla vertiginosa crescita di patologie croniche e disabilità.

In secondo luogo è in crisi la fiducia nel rapporto medico – paziente che, anzi, sembra fondato oggi su una reciproca diffidenza. Il fallimento della fantasia dell’onnipotenza medica si sta tramutando in un atteggiamento di difesa reciproca. In altre parole: i pazienti non danno più per scontato che l’operare del medico sia competente e a fin di bene, perciò non accettano più passivamente le prescrizioni; i medici utilizzano le prescrizioni[3] come difesa nei confronti di un paziente diffidente, per confermare un potere che sentono di stare perdendo.

Questo è quanto sta accadendo rispetto ai vaccini: genitori sempre più preoccupati e diffidenti chiedono delucidazioni e informazioni in merito ai vaccini da fare ai figli; la medicina, messa in discussione, risponde rassicurando, terrorizzando, e prescrivendo. Ma questo non sembra essere sufficiente. La preoccupazione rimane e non sembra affare di nessuno. O quasi.

Mi ha colpito molto la posizione di un medico, il Dott. Serravalle, abbastanza conosciuto in quanto una delle poche voci fuori dal coro della medicina ufficiale; non perché contrario ai vaccini, ma perché contrario alla logica della prescrizione come rimedio alla preoccupazione dei genitori. Questo pediatra cerca di farsi carico della preoccupazione delle famiglie che si rivolgono a lui, semplicemente… facendo il suo lavoro. Invece di prescrivere i vaccini, visita i suoi pazienti, ne valuta lo stato di salute, ascolta i genitori, raccoglie la storia del bambino e della sua famiglia, ne chiede i progetti e lo stile di vita.  Valuta i casi di fronte a cui si trova, di volta in volta.

Mi colpiva perché un ipotesi che si può fare è proprio questa: lo scontro sui vaccini parla del desiderio delle famiglie di essere prese in carico, di essere viste, di essere accolte dai medici. Prendersi cura di un figlio non è mai impresa facile e una domanda che costantemente viene rivolta ai pediatri, ogni volta che si porta a controllo un bambino, è di essere affiancati in questa difficoltà, di essere assistiti. Credo che questa domanda di assistenza venga spesso vissuta come “impertinente”, nel senso di non pertinente con la funzione medica. Prescrivere a prescindere, allora, può diventare un modo per difendersi da ciò che si vive come incongruente, anzi ostacolante le proprie competenze.

Credo anche che provare a capire questa domanda, nuova, inedita, sia un modo per rifondare la relazione tra la medicina ed i suoi pazienti.

 

 

NOTE

[1] La scissione è un modo del funzionamento inconscio della mente e consiste nel tenere separati elementi che starebbero naturalmente insieme. Spesso se ne parla in termini di meccanismo di difesa: per esempio si separa il buono dal cattivo in uno stesso oggetto, per preservarlo. Nel caso dei medici potremmo definirla una competenza emotiva: scindere l’organo malato dal paziente come persona, come parte buona, consente di intervenire in modo aggressivo, per esempio chirurgicamente.

[2] Cito da un mio precedente articolo: “Si pensi alla medicina e a come è cambiato il rapporto medico – paziente negli ultimi 40 anni. Un rapporto silente fino a qualche decennio fa: il medico visitava mentre il paziente stava zitto; solo alla fine della visita il medico parlava per dire al paziente che cura avrebbe dovuto fare. Oggi il paziente chiede, vuole essere messo al corrente di ciò che accade e spesso sa o pensa di sapere (si pensi al ruolo di internet in merito); non riconosce più al medico quel potere fondato sul fatto che è lui il solo che sa; non è più “paziente”, cioè non si affida passivamente al medico, ma ne controlla l’operato.  A fronte delle denunce che fioccano in ambito sanitario i medici sentono l’esigenza di difendersi e lo fanno, per esempio, prescrivendo farmaci ed accertamenti anche quando l’esperienza clinica suggerisce che non è necessario ( è la cosiddetta medicina difensiva che costa alla sanità italiana 10 miliardi di euro ogni anno ) ; nel vissuto dei medici i pazienti cominciano a diventare qualcosa da cui difendersi più che coloro per cui si lavora. Si tratta di un conflitto che mina la base di un rapporto professionale, cioè la fiducia, l’idea che l’altro è con me e non contro di me.” 

[3] Sarà bene precisare che intendo la prescrizione non nel suo significato tecnico ( quindi come cura a fronte di una diagnosi ) , ma come proposta relazionale difensiva. Si pensi ad esempio, alla medicina difensiva, appunto, dove le prescrizioni sono utilizzate come forma di tutela del medico.

Lo stress lavoro correlato: una colpa delle organizzazioni o una occasione di sviluppo?

lavorare stanca

Per i lavoratori dirsi stressati sta diventando sempre di più il modo per esprimere una difficoltà sul lavoro. D’altra parte, come tutte le diagnosi entrate nel gergo comune – pensate anche alla inflazionatissima ansia – lo stress lavoro correlato è un costrutto per nulla univoco e tutto da capire.

Certamente vi sono teorie e approcci di intervento codificati, diversi tra loro, che tentano di spiegare e trattare lo stress da lavoro. Per lo più si può distinguere tra chi enfatizza il ruolo di agenti esterni nella sua genesi e chi il ruolo delle fragilità individuali. Nel primo caso lo stress sarebbe una condizione di malessere dei lavoratori provocata da caratteristiche dell’ambiente di lavoro ( ad esempio turni, orari, carico di lavoro, logistica degli uffici, contratto, stabilità, etc ). Nel secondo caso sarebbe determinata da caratteristiche soggettive ( fragilità individuali, esperienze pregresse, vita familiare, etc ) che porterebbero a percepire più facilmente come stressanti alcuni stimoli.

Va per la maggiore chi incrocia questi due fattori: un po’ gli stimoli esterni sono stressanti, un po’ chi si lascia stressare qualche problema ce l’ha di suo[1]. Ma se si entra in una organizzazione interessata a trattare il problema dello stress ci si rende conto che la questione è ben più complessa e interessante di così.

Alcuni mesi fa un sindacato del territorio barese, la UIL PA[2], ha organizzato un convegno per parlare di stress da lavoro nelle pubbliche amministrazioni. Gli organizzatori mi hanno invitato a portare un punto di vista psicologico sulla questione, nell’idea di informare i lavoratori su un fenomeno a loro avviso molto diffuso, ma poco riconosciuto come problema. Il convegno, rivolto ai lavoratori delle PA locali, vedeva tra i relatori sindacalisti, medici, avvocati.

Ho accettato l’invito molto volentieri e con curiosità, per diversi motivi.

Primo motivo: mi piaceva il titolo dell’evento: “Il lavoro è salute”; lo trovavo, nella sua semplicità, una sconferma di uno stereotipo molto diffuso sul lavoro, che viene simbolizzato come qualcosa che toglie salute, che sottrae risorse ed energie. Mi piaceva partecipare ad affermare che il lavoro può anche essere qualcosa che produce risorse ed energie, quindi salute.

Secondo motivo: mi ha molto incuriosito l’interesse di un sindacato a parlare di stress sul lavoro. L’ho trovato un interesse inedito, particolare, in un momento in cui l’istituzione sindacale vive una crisi di partecipazione e di funzione. Per esempio in Italia, stando alle ultime statistiche, seppure il numero complessivo di iscritti ai sindacati cresce, per metà si tratta di pensionati ( 6 milioni su 12 circa ); il nuovo mercato del lavoro non si fa rappresentare dai sindacati tradizionali. I lavoratori sono in conflitto con i contesti lavorativi di appartenenza, ma senza riconoscersi in altro, come avveniva per esempio negli anni 70. E’ un conflitto solitario, spesso silente e agito nella quotidianità del rapporto con la gerarchia, in cui il cruccio è la difesa di diritti e vantaggi individuali. Sta venendo meno il senso di appartenenza a contesti che fondano l’identità del lavoratore, compresi i sindacati[4].

Non sto parlando solo della crisi dei sindacati, ma anche dello stress che è una crisi dei rapporti lavorativi. Lo stress lavoro correlato può intendersi infatti come il sintomo di una cultura del lavoro disfunzionale, per esempio una cultura organizzativa in cui ciascun lavoratore si vive solo, magari in competizione con i colleghi e assoggettato alla gerarchia; cioè senza possibilità di socializzare una difficoltà in un modo produttivo.

E questo è un punto emerso con evidenza nel corso del convegno. Mi colpiva per esempio l’intervento di un medico Inail che si occupa di esaminare le domande di malattia professionale che pervengono dai lavoratori: evidenziava come molti lavoratori si sentano sollevati semplicemente nel potere parlare con qualcuno della loro difficoltà, nel poter dire a qualcuno: “sto male, credimi!”

Parlare con qualcuno: questa sembra la cosa vissuta come impossibile in molte organizzazioni di lavoro. Nonostante vi siano referenti, anche dei sindacati, che svolgerebbero la funzione di punto di riferimento per i lavoratori in difficoltà. Nonostante vi siano sportelli che si propongono come baluardi contro il mobbing, il bossing, etc. Funzioni ed iniziative utilizzate poco e niente dai lavoratori. Non c’è nulla da fare: la propria organizzazione di lavoro è vissuta come luogo in cui e su cui parlare è inutile, anzi pericoloso; per esempio perché si temono ripercussioni, ritorsioni o accuse.

E’ lo stesso motivo per il quale gli interventi sullo SLC, obbligatori per legge, spesso vengono trattati come fastidiosi adempimenti da liquidare con il minimo di investimento possibile. Per esempio nelle pubbliche amministrazioni del territorio barese non si è mai andato oltre il primo livello di intervento previsto dalla legge, ossia la valutazione di quei parametri del contesto lavorativo che vengono considerati oggettivi, come le caratteristiche strutturali dei luoghi di lavoro. In queste valutazioni, operate dai dirigenti aziendali, il quadro appare idilliaco, ma, considerando le risorse scarsissime della PA, viene un po’ a tutti il sospetto che queste valutazioni siano di mano particolarmente generosa per evitare di passare al livello successivo previsto dalla legge, ossia parlare con i dipendenti, chiedere loro cosa non va. Appunto.

Ma perché parlare è così pericoloso? Se ritorniamo un attimo a quelle due ipotesi che circolano sullo stress lo si capisce subito: se lo stress è una dimensione causata da agenti esterni oggettivamente stressanti, oppure da caratteristiche individuali che rendono particolarmente sensibili alcuni soggetti, allora è chiaro che conviene parlare il meno possibile, poiché o si cercano i difetti dell’azienda o si cercano i difetti individuali. Insomma parlare vorrebbe dire lamentarsi, o recriminare, o accusare, o difendersi.

E se invece poter parlare di una difficoltà fosse una risorsa per la comprensione di problemi organizzativi e quindi per lo sviluppo dell’organizzazione?

E’ qui, credo, che vada studiato e compreso il problema dello SLC, nelle dimensioni organizzative di un contesto di lavoro, dove per organizzazione[5], intendo il modo in cui la simbolizzazione affettiva del contesto di lavoro organizza relazioni, regole, obiettivi e finanche elementi più strutturali, come la comodità e l’estetica dei luoghi di lavoro[6].

Per esempio nei vari colloqui con i sindacalisti che hanno organizzato l’evento ( che, ricordo, sono lavoratori nelle PA ) abbiamo costruito l’ipotesi che una dimensione simbolica stressogena che organizza le pubbliche amministrazioni è la fantasia che non sia possibile lo sviluppo; quindi il vissuto di essere bloccati nel proprio lavoro. Una organizzazione immobile, priva di motivi per crescere, priva di possibilità di evolvere. Fantasia che credo riguardi tutti i livelli della gerarchia e che, per esempio, è riscontrabile nel leitmotiv del risparmio, che sembra essere diventato l’obiettivo di molti top manager. Ma pensare che l’obiettivo di una organizzazione possa essere risparmiare è un suicidio organizzativo. Risparmiare non è mai un obiettivo. Certamente si deve entrare nell’ottica che pure le PA, come tutte le organizzazioni, sono sistemi a risorse scarse, cioè che non hanno risorse infinite a cui attingere.

Ma si potrebbe anche iniziare a pensare che si risparmia non quando si tagliano le spese, ma per esempio, quando il cliente di una organizzazione è soddisfatto dei prodotti e dei servizi forniti; quando c’è un rapporto di fiducia tra organizzazione e clienti[7]. Quando l’organizzazione fonda la sua esistenza, non dandola per scontata, sulla soddisfazione del cliente.

Viversi come funzionali allo sviluppo di un cliente è un prezioso fattore di protezione contro lo stress da lavoro, poiché dà all’organizzazione e a chi vi lavora un motivo per evolvere, per crescere, per progettare. In altre parole avere in mente e a cuore un cliente è un antidoto contro l’immobilità, contro l’assenza di prospettive. E le PA hanno molta strada da fare in questo senso.

Anche per i sindacati c’è tanta strada che si può fare e lo Stress Lavoro Correlato può essere una risorsa: può diventare un’occasione di cambiamento se ci si mette nell’ottica di favorire lo sviluppo organizzativo, superando la dispendiosa contrapposizione tra organizzazione e lavoratore. In quest’ottica lo stress può diventare, invece che un’ arma da impugnare contro l’organizzazione, un feedback utile a pensare le criticità organizzative che bloccano lo sviluppo.

 

[1] In realtà si tratta di una banalizzazione ( molto frequente, ahimè, anche tra i professionisti che si occupano di SLC ) di una proposta teorica interessante, sintetizzata pressappoco così da Lazarus e Folkman: lo stress si verifica quando l’ambiente di lavoro viene vissuto come gravoso, come richiedente più di ciò che il lavoratore può offrire. Questa posizione sottolinea un aspetto interessante: lo stress come prodotto di una relazione tra il contesto di lavoro ed i lavoratori, i quali simbolizzano e vivono in un certo modo l’organizzazione lavorativa. La relazione di cui si parla è la simbolizzazione del contesto e non il rapporto tra caratteristiche individuali e caratteristiche del contesto. Eppure è molto difficile tenere questa differenza. Per esempio nel testo sullo SLC dell’Agenzia Europea per la Salute e la Sicurezza dei Lavoratori lo stress diventa quella condizione causata da un ambiente di lavoro che chiede più di quanto i lavoratori possano dare; in quel testo, rispetto alla definizione di Lazarus e Folkman, è scomparso il vissuto ed è rimasta l’organizzazione di lavoro che chiede troppo. Resta poi il problema di definire quel “troppo” e di promuovere un intervento che non sia vissuto dalle organizzazioni stesse come una individuazione di colpe.

[2] Unione Italiana del Lavoro Pubblica Amministrazione; http://bari.uilpa.it/

[4] Un esempio sul mutato contesto culturale e socio-economico. Qualche mese fa Marchionne, dopo anni di aspra conflittualità con sindacati e non solo, ha introdotto un nuovo sistema retributivo, fondato su premi di produttività, tra il plauso dei dipendenti FIAT e di quasi tutte le sigle sindacali ( FIOM a parte che contesta l’utilizzo di fondi che dovevano essere destinati ad aumenti salariali bloccati da molti anni ). Alcuni decenni fa – anni 70- il capo del personale della Pirelli offriva ai dipendenti un aumento salariale addirittura superiore a quello chiesto dai sindacati. Invece che un applauso si guadagnò insulti e proteste perché i lavoratori sentirono che, nello scavalcare i sindacati, veniva messo in discussione un fondamentale senso di appartenenza alla categoria operaia e si tentava di comprare un’alleanza con il potere.

[5] Per un approfondimento teorico si veda Renzo Carli, Rosa Maria Paniccia, Fiammetta Giovagnoli, L’organizzazione e la dinamica inconscia, in “Rassegna Italiana di Sociologia” 2/2010, pp. 183-204, doi: 10.1423/32442 http://www.rivisteweb.it/doi/10.1423/32442

[6] C’è uno strettissimo rapporto tra dimensioni strutturali e dimensioni simboliche. Ho lavorato in un carcere romano dove qualsiasi sedia su cui ci si posava era di una scomodità imbarazzante. Non è certamente un errore, ma una dimensione strutturale legata alla simbolizzazione del carcere come luogo che non si deve desiderare, che quindi deve essere scomodo, ostile. E si potrebbe andare avanti a parlare della struttura delle scuole, degli ospedali…

[7] Non sono a conoscenza di ricerche serie sulla fiducia tra PA e clienti o sulla reputazione delle PA, ma presumo che i risultati sarebbero non troppo confortanti; quando ho diffuso la notizia di questo convegno tra le mie conoscenze in molti, tutti inevitabilmente clienti delle PA, hanno risposto pressappoco così: “stress nelle amministrazioni pubbliche?! Ma se non fanno niente!”

Stress Lavoro Correlato nelle Pubbliche Amministrazioni

LOCANDINA CONVEGNO 29_APR

Spesso le organizzazioni vivono gli interventi sullo Stress Lavoro Correlato come un adempimento di legge, fastidioso, inutile e di intralcio alle attività produttive. Al contrario questi possono rappresentare una preziosa opportunità di sviluppo organizzativo.

Se ne parlerà il 29 aprile nell’ambito del convegno: “Il lavoro è salute”, organizzato dalla UIL Pubblica Amministrazione di Bari. L’appuntamento è alla Sala Riunioni della Croce Rossa Italiana – Piazza Mercantile 25 – Bari, alle 16:30.

 

INTRODUCE E COORDINA:

Dott. SANTE GIANNOCCARO – SEGRETARIO UILPA BARI BAT.

SEGUONO GLI INTEVENTI DI:

PIERPAOLO PETRUZZELLI – Avvocato –Stress lavoro correlato e tutela

SONIA GIULIANO -Psicologa Culture organizzative e rischio psicosociale

CHIARA de GIAMPAULIS- Medico Prevenzione e controllo INAIL

VERA GUELFI – Avvocato – Bossing

 

http://bari.uilpa.it/news/50-convegno-stress-correlato.html

 

La strage del tribunale di Milano: solo un problema di sicurezza?

sicurezza

Un agnello, un giorno, apprese che esistevano i lupi e che questi mangiavano agnelli. Avendo paura e non avendo mai visto un lupo, si costruì una capanna e impedì a tutti gli animali della fattoria di entrarvi. Questi non furono molto contenti, così che l’agnello finì per procurarsi molti nemici e si sentì più in pericolo di quando aveva come unico nemico il lupo…

E’ l’inizio di una storia sulla diffidenza che ascoltai alle scuole elementari e che mi è tornata in mente leggendo delle lunghe file all’ingresso dei tribunali italiani, provocate in questi giorni dalla intensificazione delle misure di sicurezza a seguito della strage al Tribunale di Milano.

Attese di ore che hanno impedito alle persone, avvocati per lo più, di lavorare, evidenziando il paradosso che per svolgersi in sicurezza i lavori della giustizia non devono svolgersi affatto.

Mi chiedo se queste file surreali, con i disordini che hanno provocato, abbiano fatto sorgere qualche dubbio circa la natura dei problemi evocati dal gesto folle di Giardiello – diversi capi d’accusa ed, evidentemente, violente fantasie di rivalsa.  E’ tutto riducibile a un problema di sicurezza?

Credo si possa guardare la vicenda anche da un altro punto di vista. Per esempio prendendo in considerazione che i luoghi della giustizia sono continuamente costellati di piccoli e grandi follie agite. I rapporti tra avvocati, assistiti e giudici sono sempre più organizzati dalla diffidenza e dall’ insoddisfazione e il sistema giudiziario, che dovrebbe avere la funzione di regolare conflitti, finisce per esasperarli, cristallizzandoli in dinamiche violente e senza via di uscita di cui nessuno si occupa. Quasi nessuno.

Presso l’Ordine degli Avvocati di Bari si sta svolgendo un progetto di intervento sullo stress lavoro correlato nella professione forense: l’Ordine sta provando ad occuparsi dei problemi che i propri iscritti incontrano nella professione, offrendo loro spazi di pensiero e di confronto. Occupandomi di questo progetto[1], sto iniziando a capire che la professione di avvocato si svolge oggi entro un clima culturale che rende molto difficile pensare la propria funzione sociale, svolgerla, svilupparla.

Uno dei problemi centrali di questa professione, oggi, è la diffidenza reciproca che organizza il rapporto tra avvocati e clienti. Un avvocato riassumeva questa diffidenza in modo illuminante: Nel nostro ambiente – asseriva – si dice che il tuo cliente è il tuo peggior nemico. E credo che il caso di Milano abbia tragicamente realizzato questa fantasia.

Sto parlando di una crisi del rapporto tra cliente e professionista, che non è certo un problema della sola professione forense.  Si pensi alla medicina e a come è cambiato il rapporto medico – paziente negli ultimi 40 anni. Un rapporto silente fino a qualche decennio fa: il medico visitava mentre il paziente stava zitto; solo alla fine della visita il medico parlava per dire al paziente che cura avrebbe dovuto fare. Oggi il paziente chiede, vuole essere messo al corrente di ciò che accade e spesso sa o pensa di sapere (si pensi al ruolo di internet in merito); non riconosce più al medico quel potere fondato sul fatto che è lui il solo che sa; non è più “paziente”, cioè non si affida passivamente al medico, ma ne controlla l’operato.  A fronte delle denunce che fioccano in ambito sanitario i medici sentono l’esigenza di difendersi e lo fanno, per esempio, prescrivendo farmaci ed accertamenti anche quando l’esperienza clinica suggerisce che non è necessario ( è la cosiddetta medicina difensiva che costa alla sanità italiana 10 miliardi di euro ogni anno ) ; nel vissuto dei medici i pazienti cominciano a diventare qualcosa da cui difendersi più che coloro per cui si lavora.

Si tratta di un conflitto che mina la base di un rapporto professionale, cioè la fiducia, l’idea che l’altro è con me e non contro di me. Un conflitto che riguarda oggi anche gli avvocati ed i propri clienti e che credo abbia contagiato tutto il sistema giudiziario: si è diffidenti anche nei confronti della legge e della sua applicazione.

Quello della diffidenza è un copione emozionale dilagante ai giorni nostri; ha a che fare con la simbolizzazione del potere: chi è diffidente ha paura delle relazioni di dipendenza ( il rapporto professionista – cliente ha  necessariamente degli aspetti di dipendenza )  poiché teme che il potere dell’altro possa essere usato contro di lui. Entro le culture diffidenti il potere non è mai associato alla competenza; è un potere simbolizzato sempre come cattivo, sadico, egoista. Un potere da cui si teme di essere fregati, imbrogliati, raggirati, sfruttati, truffati.

Si capisce che, entro una cultura diffidente, nei rapporti ciascuno si tutela dal potere dell’altro, cercando di esercitarne a sua volta uno.   Per fare un esempio, i clienti degli avvocati esercitano un potere non fornendo informazioni importanti o distorcendo informazioni, svalutando il lavoro del professionista, minacciando di non pagare o di rivolgersi alla concorrenza.

Qui si apre un altro grande problema della professione forense: la comunità professionale è profondamente frammentata, conflittuale, i rapporti interni sembrano orientati ad un’aspra  competizione. Si pensi al fatto che quella degli avvocati è l’unica categoria professionale dove il collega può essere la controparte, il nemico. Soprattutto, quella degli avvocati è una schiera molto numerosa, affollata, soprattutto nel sud Italia. Una schiera di professionisti che ha bisogno di clienti per esistere.

Nel corso del lavoro con l’Ordine di Bari, ho condotto una piccola indagine sull’immagine degli avvocati: un esperimento per iniziare a capire qualcosa in più di ciò che clienti e potenziali clienti chiedono alla professione forense, come la vedono, come ci stanno in rapporto. Sono emersi molti spunti interessanti. Per esempio nel cercare le persone da intervistare mi è stato estremamente difficile trovare qualcuno che non si fosse mai rivolto ad un avvocato. Tutti coloro con cui parlavo avevano fatto ricorso ad un legale anche più di una volta e per questioni di competenza civile.  Secondo queste persone le questioni per cui più frequentemente ci si rivolge ad un avvocato sono: separazioni, eredità, liti condominiali, RCA, mobbing.  In relazione all’avvocato non vengono in mente reati, ma conflitti della vita quotidiana. Conflitti che un tempo venivano gestiti diversamente, ad esempio con l’aiuto della comunità o con l’appello a valori condivisi.

Credo che questa “corsa al legale” sia in relazione ad una profonda anomia che caratterizza la contemporaneità: un’ assenza di regole e sistemi di valore condivisi, che rendono qualsiasi conflitto qualcosa da cui è impossibile uscire.

Una delle strade tentate da una certa cultura dell’avvocatura per guadagnare clienti è stata quella di sfruttare questa anomia, piuttosto che occuparsene. Cavalcare l’anomia, per esempio esasperando o scovando contenziosi per poter lavorare, vuol dire rinforzare l’idea che i conflitti possono essere solo violenti e distruttivi,  e mai qualcosa di costruttivo. Vuol dire scoraggiare il tentativo di provare ricostruire regole entro i contesti conflittuali ed alimentare l’idea che il conflitto è qualcosa in cui si vince o si perde, mentre grazie al conflitto, per esempio, i contesti possono svilupparsi. Ancora, vuol dire alimentare la fantasia che qualsiasi danno è risarcibile, che qualsiasi emozione è monetizzabile. Vuol dire incoraggiare ad agire fantasie di rivalsa, vendetta, giustizia; una giustizia che non è certo quella dei tribunali.

Un avvocato con cui abbiamo lavorato sintetizzò così la difficoltà della sua categoria: la giustizia che fantasticano i clienti non è mai la giustizia dei tribunali.  Credo che quell’avvocato abbia colto perfettamente il problema; sentirsi nel mezzo tra due entità profondamente autoriferite e con cui è difficile dialogare: le fantasie delle persone da un lato, la legge e la burocrazia giudiziaria dall’altro.

Assecondare le fantasie di giustizia delle persone è forse un modo per guadagnare un cliente nel breve periodo, ma anche un modo per svalutare l’intera categoria professionale nel lungo periodo, poiché le fantasie sono destinate ad essere frustrate dalla realtà. Ed è un modo pericoloso perché invita ad agire la rabbia, la pretesa, la rivalsa, la diffidenza entro conflitti senza fine pronti a riversarsi su qualsiasi cosa.

In questo senso il tribunale diventa davvero un luogo pericoloso, poiché luogo ove le emozioni non sono pensabili, ma solo agite con violenza, anche se non sempre si spara.

Ho parlato di una cultura legata all’ambiente giuridico, di quella che ha a che fare con i fatti del tribunale di Milano. Ma non è certo l’unica. Il lavoro che si sta facendo con l’Ordine di Bari, per esempio, apre a risorse inaspettate. Vi è un’altra cultura dell’avvocatura, una cultura che, se supportata,  invece di invidiare vecchi poteri può costruire strade di sviluppo della professione sostenibili.  Ad esempio pensandosi quale risorsa in grado di aiutare a ricostruire regole di convivenza, invece che cavalcare la loro distruzione; capace di porre limiti alle fantasie di pretesa e di vendetta, invece che alimentarle.

[1] Il progetto è condotto in collaborazione con Associazione Gruppo Utile ONLUS – Bari. ed è promosso dal Comitato Pari Opportunità dell’Ordine degli Avvocati di Bari

Le procedure e le emozioni. Qualche parola sul disastro aereo Germanwigs.

Diagnosticare è un termine che ha origine dal greco  (διά + γιγνώσκειν) e significa “conoscere attraverso”. Si può usare la diagnosi per conoscere, per dare senso a sintomi e vissuti; intesa come momento conoscitivo, esplorativo, la diagnosi può essere una parte fondamentale di un intervento “psi” a fronte di una domanda di aiuto.

Ma si può usare una diagnosi anche per smettere di interrogarsi, per chiudere un problema, per non pensarci più. L’atteggiamento diagnostico inteso in questo senso è molto comune: tizio è silenzioso perché è timido; caio alza la voce perché è aggressivo; sempronio non sta mai fermo perchè è iperattivo.  E’ la diagnosi che spiega. Sono modi che utilizziamo per smettere di capire cosa accade in un contesto, in una relazione. Ed è un modo con cui sempre più frequentemente anche la psichiatria e la psicologia trattano le emozioni. La diagnosi riduce le emozioni impreviste a disturbo da etichettare, quindi da tenere a bada.

Negli ultimi giorni i media, complici fior fiore di professionisti della psichiatria e della psicoterapia, hanno prodotto centinaia di diagnosi di questo tipo in relazione al disastro aereo causato dal copilota Andreas Lubitz, che ha portato l’aereo Germanwings a schiantarsi contro le Alpi francesi, con circa 150 persone a bordo.

Depressione è la versione più accreditata. Alcuni parlano di sindrome da burn out (una sorta di esaurimento emotivo in relazione alla vita lavorativa). Qualcuno di delirio paranoico. Ieri ho ascoltato uno psichiatra parlare molto seriamente, ad uno dei TG più seguiti dagli italiani, di narcisismo di morte. Come non conoscerlo, il narcisismo di morte! Ci sarebbe da chiedersi che senso ha parlare di narcisismo di morte in un telegiornale, dato che nessuno capirebbe di che si tratta. Certamente un narcisismo poteva essere compreso anche dai profani, ed era quello dello psichiatra che utilizzava queste parole “dotte”, ovvero incomprensibili ai più.

Ma il punto non è che vengano supposte diagnosi poco sensate. Il punto è che ogni diagnosi in questo caso è senza senso. Perché non ha senso una diagnosi post mortem; o meglio è evidente che, non potendo essere un momento conoscitivo di un rapporto terapeutico, si tratta di un tentativo di risolvere, chiudere un problema, riducendolo ad un disturbo mentale individuale. Non ad uno dei familiari delle vittime sarà utile. Non ai genitori di Andreas, che vivono un momento drammatico, lacerante. Non a chi oggi si domanda quanto è sicuro viaggiare in aereo.

Definire il disturbo mentale di A. sembrerà forse utile alle compagnie aeree, in cerca di qualcosa da prevenire attraverso il perfezionamento delle procedure di sicurezza, prima e pronta risposta data in questi giorni.  C’è qualcosa di paradossale in questo perché A. ha distrutto un aereo proprio servendosi delle procedure di sicurezza. Se ci si pensa, si può comprendere lo sbigottimento delle compagnie ed il loro tentativo di aggiungere e perfezionare procedure (compresa quella di intensificare i check up medici e psicologici del personale di volo).

Non credo sia una risposta sufficiente. Un pilota e blogger americano, Patrick Smith, scrive sul suo blog che mai nessuna accuratissima procedura sarà in grado di garantire l’assenza di imprevisto: “tutti i test medici del mondo non potranno escludere con certezza la possibilità di un crollo nervoso”. Sono d’accordo.  Anzi proprio la ossessiva affezione alle procedure ed al controllo  credo abbia avuto un ruolo in questa vicenda.

Si pensi per esempio ad Andreas, l’insospettabile, che ha tenuto perfettamente sotto controllo le sue emozioni, tanto da non far sorgere il minimo dubbio a colleghi e familiari che potesse essere utile fermarsi a capire che succedeva.

Negli ultimi tempi molti pazienti arrivano domandando di riuscire a controllare le proprie emozioni: si arrabbiano troppo e vorrebbero essere più ragionevoli, si appassionano troppo e vorrebbero rimanere più lucidi. Chiedono di imparare l’arte dell’autocontrollo. E’ un modo di trattare le emozioni: si può pensare che siano un fastidio, un ostacolo alla relazione sociale ( in particolar modo le cosiddette emozioni negative), da tenere a bada, da domare, silenziandole; si può temere di perdere cose e persone a cui si tiene a causa delle emozioni. Si può temere di distruggere ciò che si ama a causa delle emozioni. Si capisce che, viste in tal modo, le emozioni vengano simbolizzate come qualcosa da reprimere o eliminare. Da tenere sotto controllo.

Una cosa che si è capita di Andreas è che fosse davvero appassionato al suo lavoro. Pilotare aerei era sempre stato il suo sogno. Sembrerebbe che il lavoro, quel lavoro così tanto caratterizzato dal controllo e dall’applicazione di procedure, fosse la ragione di vita di A., che fosse un modo per A. di esercitare la sua esigenza di controllo. E si è capito che era in corso un percorso medico e diagnostico che avrebbe potuto portargli via quel lavoro così vitale. Una perdita di controllo  insostenibile. Una messa in scacco della illusione di poter controllare se stesso ed il rapporto con il mondo.

Controllare è sempre un illusione. Non si controlla alcunchè in realtà. Chi controlla non è mai pienamente soddisfatto del suo controllo poiché rimane sempre uno scarto irriducibile tra la propria esigenza di controllo e l’esistenza di ciò che è altro da sé; direi anche l’esistenza di sé stessi: se il tentativo è di domare ciò che si agita dentro, ciò che tieni fermo per le zampe si muove con la coda.   Andreas Lubitz ha tragicamente reificato l’unico vero modo di controllare, cioè distruggere. Solo distruggendo si annulla quello scarto tra la propria esigenza di controllo e le Cose.

Ma controllare, non è l’unico modo di simbolizzare e trattare le emozioni o lo scarto tra se ed il mondo. Per esempio delle emozioni si può parlare. Le si può conoscere. Le si può usare come informazione su ciò che accade in una relazione, in un contesto. Ci si può separare dalla proprie emozioni, dalle fantasie, le si può pensare, invece di agirle. Ma sono necessari contesti in cui sia possibile ciò, in cui le emozioni non siano considerate solo come qualcosa da arginare entro procedure.

Allora mi domando se un problema delle compagnie aeree in questo momento non sia quello di offrire contesti in cui questo sia possibile. Oltre che introdurre nuove regole e procedure (reputo di buon senso l’idea che al comando di un aereo non si rimanga mai soli, per molti motivi, non solo per paura che qualcuno sia malintenzionato) si potrebbe prendere atto che il lavoro di piloti e personale di cabina è un lavoro complicato e in rapido mutamento. Un lavoro che comporta una elevata responsabilità e al contempo vincolato a rigidissime procedure. Un lavoro che comporta il mettersi in relazione con emozioni di paura, la propria e quella dei passeggeri, rispetto alla quale le procedure non sono mai sufficientemente rassicuranti. Un lavoro che perde rapidamente prestigio sociale e le cui condizioni sono spesso difficili da conciliare con una eventuale famiglia.

Allora una buona idea potrebbe essere quella di offrire a questi lavoratori degli spazi di pensiero sul proprio lavoro e sui vissuti implicati: il rapporto con le procedure, con la responsabilità, con i vissuti e le proposte dei passeggeri. Offrire spazi per parlare dei problemi che si incontrano nel proprio lavoro potrebbe essere la sconferma che il proprio contesto lavorativo non accoglie emozioni e che queste sono da controllare, nascondere, reprimere, silenziare; nella speranza che non esplodano.

Donna, madre, e…? Riflessioni sul rapporto tra il dentro ed il fuori della famiglia.

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Negli ultimi giorni, come sempre accade intorno all’8 marzo, sono comparsi molti articoli riguardo la condizione, i problemi e i vissuti della donna nella società contemporanea.

Hanno parlato anche alcuni psicoanalisti illustri, come Massimo Recalcati, di cui segnalo l’articolo comparso su repubblica il 28 febbraio:

Ciao figlio. E’ tempo della mamma narciso.              http://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2015/03/Ciao-figlio.pdf

Si parla del rapporto tra la donna e la madre; un rapporto conflittuale secondo Recalcati, in cui, a seconda del periodo storico ha la meglio l’una o l’altra componente dell’identità. Nella società patriarcale la donna era sacrificata alla madre, la quale esisteva per i figli, per la famiglia. Deriva di questo sacrificio era una spinta a fondersi con i figli, una difficoltà a separarsene, una tendenza fagocitante, controllante. La patologia del materno, dice Recalcati, era la trasfigurazione dell’accudimento in una gabbia dorata in cui non è prevista separazione.

Oggi, mutate le condizioni sociali, la donna non reclama più il possesso dei propri figli, ma rivendica la possibilità di liberarsene, di volere altro per sé, di guardare altrove. La madre narcisista che considera i figli un peso mortificante, a dire di Recalcati è la nuova patologia del materno: “Se la maternità è vissuta come un ostacolo alla propria vita è perché si è perduta quella connessione che deve poter unire generativamente l’essere madre all’essere donna.”

Leggendo l’articolo pensavo insistentemente a Dalila, una donna di circa 40 anni, sposata, con due figli. Mi chiese una consulenza perché non riusciva più a gestire sua figlia quattordicenne: stava iniziando a truccarsi e a vestirsi in modo molto provocatorio, frequentava compagnie “pericolose” di ragazzi molto più grandi e a scuola rischiava una seconda bocciatura. Temeva che sua figlia avesse qualche problema, aveva paura che finisse in qualche brutto giro, che qualcuno fraintendesse la sua spigliatezza e ne approfittasse.

Dalila era una donna di bell’aspetto. Una bellezza che sembrava volutamente addomesticata nell’ordine sobrio della pettinatura e del vestiario scuro.

Al primo colloquio per un’ora intera parlò di sua figlia e di quanto le facesse paura l’esplosione della sua seduttività, del suo desiderio. Il desiderio di chi? – mi chiedevo mentre parlava.

Allora le chiesi cosa facesse nella vita: di cosa si occupava, cosa le piaceva? Sembrò spiazzata da questa domanda, quasi infastidita, come se stessi violentemente spostando i riflettori dal palcoscenico al regista dietro le quinte.   Mi disse che faceva la mamma e la moglie e che non aveva tempo per altro. Si era sposata molto giovane; le sarebbe piaciuto lavorare, ma non sa che cosa avrebbe potuto fare. A scuola era una “capra”, l’unica cosa che sapeva fare era creare dei gioielli artigianali. Ma ormai non avrebbe saputo da dove cominciare. Forse avrebbe dovuto continuare? – si domandò a fine colloquio. Forse non avrebbe dovuto lasciarsi mettere in gabbia? Ecco – dice – si sente in gabbia e vorrebbe scappare. Mi chiese se pensavo che avrebbe dovuto lasciare sua figlia al suo destino per occuparsi finalmente di sé stessa.

Dalila aveva iniziato dalla trasgressività di sua figlia per parlare della sua trasgressività.

Era passata nel corso di un colloquio ( e non nel corso di un secolo ) dalla madre fagocitante e controllante messa in scacco dalla figlia ribelle ( unico destino possibile della madre che incorpora ) alla madre che rivendica la sua libertà e che desidera liberarsi dei figli.

E cercava di mettere in gabbia anche me, chiedendomi di avallare l’una o l’altra strada e di semplificare così un problema molto complesso. Potremmo dire che il “fagocitare/espellere” è una modalità dell’inconscio per semplificare la complessità emozionale delle relazioni. Sono due facce della stessa medaglia.

E non credo che il problema fosse, seguendo Recalcati e anche un po’ il buon senso, quello di “connettere generativamente l’essere madre e l’essere donna”, ma piuttosto quello di riconoscere la complessità dei desideri e delle paure in gioco.

Pensiamo alla figlia quattordicenne di Dalila, che evidentemente seduceva anche la madre con i suoi comportamenti, cioè la legava a sé facendola preoccupare; e contemporaneamente ne provocava il desiderio nascosto di trasgressione, sollecitandolo. E che era anche altro oltre che figlia: per esempio era una ragazza che temeva di confrontarsi con i passaggi evolutivi ( era la seconda volta che rischiava di non farsi ammettere agli esami di terza media ) e che si spostava artificiosamente in avanti attraverso l’uso del corpo e delle relazioni.

Pensiamo a Dalila che si sentiva incastrata nel ruolo di madre e al contempo sollecitata nella suo stesso desiderio di trasgressione; che si sentiva in gabbia non tanto perché costretta dall’atteggiamento della figlia, ma perché la figlia le ricordava che, anche lei, non sapeva cosa altro desiderare, verso quale futuro guardare.

Più che connettere il ruolo di madre ( o figlia ) e di donna direi che oggi la sfida è quella di riempire di senso questi titoli, riconoscendo di essere anche altro. Cittadina, per esempio; ingegnera, insegnante, operatrice ecologica, segretaria. Una giovane donna che sapeva realizzare gioielli artigianali. Una ragazza che ha paura del futuro. E partire da lì per immaginare il futuro, per pensarlo, progettarlo, costruirlo. E’ dentro questa possibilità che ci si accorge che la contrapposizione – culturale – tra madre, donna e “qualsiasialtracosa” è fasulla e che, anzi, solo sentendosi anche altro è possibile sentirsi madri e donne.

E, perché no, padri e uomini. Intendo dire che il discorso può svolgersi anche al maschile. Tuttavia è più raro che ci si ponga il problema del rapporto tra uomo e padre ( caso mai si parla della paternità in sé ) perché il discorso culturale dà per scontato che si sia anche altro oltre che uomo e padre. Mentre per la donna evidentemente non è ancora così.

Ma il punto è che oggi è culturalmente difficile investire su altro che non sia la famiglia. Ed è difficile per le famiglie realizzare che la propria funzione è quella di preparare i suoi membri ad avere a che fare col fuori, ad investire su obiettivi esterni. L’illusione è che si possa stare dentro, pensarsi dentro, al riparo, tutta la vita. E che si debba lavorare per renderlo il migliore dentro possibile.

E’ questa implosione che organizza rapporti violenti e impossibili nelle famiglie. E’ pensarsi solo madri o padri che rende impossibile essere genitori. E’ pensarsi solo donna o uomo che rende impossibile essere persone, coniugi, cittadini, lavoratori, … Ciascuno continui come vuole.

Il potere che non ti aspetti.

 

“Negli scritti di Michael Foucault compare spesso una frase, questa:

“Nella teoria politica non si è ancora riusciti a fare ciò che si è fatto nella storia: tagliare la testa del re”.

Potere

Questa frase significa che noi pensiamo ancora il potere secondo vecchi modelli: quello del sovrano e quello della proprietà.

Il modello del sovrano implica che il potere venga visto come un comando che viene dall’alto e che viene applicato attraverso la legge. Il principio della proprietà comporta che il potere venga concepito come qualcosa che si possiede, che alcuni hanno e altri non hanno, che si può cedere o acquisire.

Secondo Foucault  “tagliare la testa del re” vuol dire pensare il potere facendo a meno di questi due presupposti. Il potere può essere pensato secondo un modello reticolare: Il potere è una rete; è un insieme di azioni su azioni. Si esercita un potere non quando si trasmette un’energia su un polo passivo, ma quando un’azione influenza il campo di altre azioni possibili di altri soggetti. Questo vuol dire esercitare un potere. Tutto il resto è forza, violenza, comunicazione, ma non potere.

Da qui Foucault deriva un’altra conseguenza: il potere per esercitarsi deve lasciare dei margini di libertà; in alcuni casi deve crearli. Una della azioni del potere – questo è uno dei punti più interessanti del pensiero di Foucault – consiste nel creare libertà.”

Estratto dal video:

Oltre il Leviatano.

Leonardo Daddabbo

Liberi e impotenti: uno sguardo sulla retorica del successo.

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Non siamo mai stati così liberi. Non ci siamo mai sentiti così impotenti”. Così il sociologo Z. Bauman parla di quel paradosso dell’occidente per cui, a fronte dell’affievolirsi di vincoli che caratterizza la contemporaneità, cresce un senso di angoscia che immobilizza le persone.

E’ interessante l’interpretazione che ne dà Paul Verhaeghe[1] nell’articolo intitolato “Tutta colpa del neoliberismo”, pubblicato su “The Guardian” qualche giorno fa[2]. (http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/sep/29/neoliberalism-economic-system-ethics-personality-psychopathicsthic )

Sintetizzerei il discorso di Verheaghe in questo modo: la libertà di cui godiamo è fasulla, perchè costretta entro la retorica del successo. In altre parole, siamo liberi di fare come vogliamo, purchè l’obiettivo sia avere successo, farcela, emergere. Siamo bombardati costantemente da questa cultura: chiunque può farcela se si impegna duramente. Il successo dipende dal talento e dall’impegno dell’individuo.

La retorica del successo sarebbe in stretta relazione con l’eclissarsi della solidarietà come valore fondante la convivenza: se la preoccupazione è quella di avere successo è difficile non guardare all’altro come ad un concorrente; così, a lavoro per esempio, si indeboliscono i legami sociali con i colleghi ed il senso di appartenenza all’organizzazione per cui si lavora.

Che fine fa l’identità delle persone entro questa cultura se è vero, come sottolineano molti psicoanalisti, che una delle componenti fondanti l’identità è “essere riconosciuti dall’Altro”? Che fine fa l’identità se oggi essere riconosciuti vuol dire centrare l’obiettivo del successo?  Per chi “ce la fa”, si tratta evidentemente di incassare un riconoscimento fasullo:  piuttosto è uno sguardo che invidia, che vorrebbe impossessarsi della fortuna altrui, che auspica il fallimento altrui per potere sentirsi meno minacciato, meno piccolo. Chi rimane indietro, entro la retorica del successo, è un parassita, uno scroccone, un bamboccione, un inetto.   Se non hai successo… non sei nessuno ( mai modo di dire fu più azzeccato ).

Il successo di cui si parla sembra davvero una trappola mortale, qualcosa che è destinata a mortificare piuttosto che a far sentire vivi.

Viene in mente che la parola successo è il participio passato del verbo “succedere”.  Implica qualcosa che si è conclusa, che è accaduta, che è dietro le spalle. Non c’è futuro nella retorica del successo, ma solo una preoccupazione per ciò che si riesce a incassare, a finire, a portare a termine. Non è prevista apertura. E’ un prendi e porta a casa. A casa tua.  Nella retorica del successo impera una visione individualistica e manca una idea di futuro. Le due cose sono strettamente correlate. Il futuro non è mai futuro individuale. E’ futuro collettivo e non può essere altrimenti: il futuro implica un oltre l’individuo, un dopo l’individuo.  Senza una idea di futuro l’atteggiamento nei confronti del mondo è un atteggiamento predatorio. Prendi e porta a casa, appunto. Senza una idea di futuro le risorse sono qualcosa da consumare, possibilmente prima che le consumi qualcun altro. E’ la logica delle fette di torta da spartirsi. E in questa logica l’Altro ( persona o gruppo )  è sempre nemico, dato che è colui che può sottrarti qualcosa.  Siamo all’ homo homini lupus  di hobbesiana memoria.

Effettivamente mancano le premesse per un riconoscimento reciproco in questo terreno. Ma è proprio tutto così? Sembra che nel discorso di Verheaghe manchi un’alternativa; anzi sembra che l’alternativa sia impossibile entro la cultura in cui tutti siamo immersi. Credo che l’alternativa manchi non perché non esiste, ma perché fuori dalla pratica clinica è difficile individuarla. E credo anche che una delle funzioni sociali della psicologia e della psicoanalisi sia quella di individuare e valorizzare alternative alle culture dominanti e senza prospettive.

Penso ad un progetto sullo stress lavoro correlato con liberi professionisti di cui mi sto occupando attualmente: si tratta di gruppi di formazione e consulenza psicologica che aiutano chi vi partecipa a leggere lo stress come segnale di una cultura lavorativa problematica e a intervenire su quest’ultima. La libera professione è forse la categoria più a rischio di invischiamento nella retorica del successo così come l’abbiamo descritta finora e credo che questa cultura sia una matrice potente di stress.

In un gruppo di lavoro con avvocati, per esempio, è emersa tutta la problematicità di una comunità professionale molto frammentata, conflittuale, organizzata da una forte competitività. Ma anche un desiderio profondo di riconoscere i rapporti di colleganza come risorsa in un periodo di crisi e cambiamento della professione forense.  Si può dire che questi professionisti chiedono di smetterla di competere con i colleghi per accaparrarsi i clienti; ovvero di imparare a collaborare con i colleghi per capire come avere a che fare con un cliente nuovo, che chiede cose diverse e non scontate. Il punto è proprio questo: recuperare che si lavora per qualcuno e non per accaparrarsi qualcuno. E se si lavora per qualcuno, il collega, l’amico, il formatore, il capo, il dipendente, non possono che essere una risorsa.

Chiedersi per chi si lavora, avere strumenti per capire cosa chiede e perché, è un’alternativa alla cultura del successo.

Uscire dalla fantasia che il lavoro sia uno strumento di realizzazione personale (o di sopravvivenza, che è l’altra faccia della medaglia)  e recuperare la sua funzione sociale è un passo in direzione di una costruzione di identità ( non solo professionale) e limita la fantasia di dover abbandonare il lavoro per sentirsi liberi. E’ come dire che è molto più utile, anche ai fini della stima di sé, chiedersi a cosa serve il mio lavoro, che domandarsi qual è il lavoro che può servirmi di più.

E’ un altro modo, questa volta reale, per avere a che fare con l’Altro, per riconoscere ed essere riconosciuti dall’Altro.

[1] Professore e Presidente del Dipartimento di Psicoanalisi alla Ghent University _ Belgio [2] SI trova una traduzione in italiano a questo link: http://www.thepostinternazionale.it/mondo/regno-unito/tutta-colpa-del-neoliberismo