attualità, casi clinici

Il cambiamento (e i molti modi per ignorarlo). Un caso.

Il tema del cambiamento è cruciale in questo momento storico e politico di grande turbolenza: rottamazioni, rivoluzioni, ripartenze prive di eredità vengono invocate con violenza e rancore. Ma quanto ha a che fare questo con il cambiamento?

Nei discorsi motivazionali spesso si racconta che nella lingua cinese la parola “crisi” – wēijī – include sia il concetto di pericolo che quello di opportunità. Non è vero, con buona pace dei motivatori; ma la realtà è anche più interessante e riguarda l’argomento di cui ci occupiamo.

In cinese la parola che indica “opportunità” è Jīhuì.

Crisiwēijī – e opportunità – Jīhuì – hanno in comune la sillaba Jī, che sta ad indicare una una situazione di cambiamento.

I cinesi sembrano sapere che il cambiamento esiste, e che ci sono modi diversi di viverlo e trattarlo.

Siamo costantemente entro contesti che cambiano; perché siamo nella storia, perché viviamo entro relazioni e queste ultime sono mutevoli, si sviluppano. Il cambiamento esiste e noi possiamo accorgercene o no, tollerarlo o no, viverlo come qualcosa che si subisce o come un processo a cui si ha il potere di partecipare, farlo divenire una crisi senza fine o una opportunità. Ciò che non è scontato, dunque, è la possibilità di dare senso ai cambiamenti con cui ci si confronta, di rintracciale fili e direzioni entro la mutevolezza delle relazioni e dei contesti, a volte confondente.

Oggi sembrano mancare proprio le categorie utili per leggere e orientare i cambiamenti in atto, che dunque diventano confusi, caotici, privi di senso, folli.

cambiamentoIn questa confusione, che implica una assenza di significati condivisi, si collocano la fantasia di rottamazione, quella di ricominciare da capo, quella di dimenticare tutto e darsi un’altra possibilità. Si tratta di fantasie distruttive quando aspirano a sbarazzarsi della complessità dei contesti, invece di comprenderle.

Si pensi, ad esempio, alla crisi che sta vivendo la democrazia, nel nostro paese e non solo. In balia della confusione connessa a cambiamenti radicali e poco esplorati nella loro dimensione culturale e pragmatica, il popolo domanda soluzioni immediate, controllanti e semplificanti, che i processi democratici non danno[1].

Se pensiamo alla complessità insita, solo per fare qualche esempio, nella globalizzazione dell’economia e delle culture, nel rapporto con risorse naturali che danno segni di esaurimento, nei fenomeni migratori, nell’acquisizione di nuovi diritti civili e nella loro progressiva estensione a persone che prima ne erano escluse, possiamo ben dire, prendendo a prestito le parole di George Bernard Shaw, che per ogni problema complesso esiste una soluzione semplice: ma è sbagliata.

Dinamiche analoghe si possono vivere entro il lavoro, la famiglia, il contesto amicale, la scuola, etc. La domanda di aiuto alla psicologia – di persone, famiglie, gruppi, organizzazioni – origina sovente dalla difficoltà a costruire senso entro processi di cambiamento.

Carla, una giovane donna di 26 anni, arriva in analisi perché da alcuni mesi scoppia in pianti improvvisi di cui non capisce il motivo e che sente di non poter controllare. Questo la mette profondamente in imbarazzo nei contesti che frequenta e vorrebbe capire cosa le accade. Teme di non essere cresciuta, di essere ancora una bambina e pensa che forse sarebbe meglio rientrare in Italia, in famiglia, oppure trasferirsi in un altro paese, dove ancora non si è bruciata la reputazione a causa di questo suo atteggiamento infantile.

Da circa un anno Carla si trova all’estero, dove, dopo un tirocinio in una azienda, è stata assunta. Il suo trasferimento, intrapreso a suo tempo con grande entusiasmo, è stato l’occasione per chiudere in fretta una relazione con un uomo più grande, da cui si sentiva dipendente. Negli ultimi mesi sta frequentando un suo collega di lavoro, che le piace, anche se dubita che potrà mai provare il trasporto che viveva nella relazione precedente. Mentre lo racconta piange, ma non come una bambina che cerca conforto materno.

Forse il problema di Carla è esattamente il contrario di quello che lei ipotizza.

Le chiedo a cosa associ il pianto, oltre che all’infanzia. Mi dice che le viene in mente il lutto, cioè la perdita di qualcuno o qualcosa. Forse ciò che Carla sta perdendo è proprio la sua parte infantile. Si sta rendendo conto di essere dentro rapporti simmetrici, dove lei non gioca più la parte della bambina da accudire, ma dove si trova confrontata con relazioni e contesti che le chiedono qualcosa. E sembra che si stia rendendo conto che ha le capacità per stare dentro questi rapporti. Questa ipotesi, che Carla accoglie con meraviglia, ma anche con gratitudine, apre alla possibilità di esplorare i suoi contesti, che pure stanno cambiando: per esempio al lavoro le stanno chiedendo di occuparsi di un nuovo progetto su cui si sta investendo molto; di questo progetto Carla comincia a chiedersi il senso, invece di preoccuparsi di esserne all’altezza. Mentre nella sua famiglia la malattia degenerativa di cui soffre sua madre la sta confrontando con una posizione accudente, che sta facendosi largo tra le vecchie pretese di essere accudita.

Questo caso dice del rischio enorme che l’ignoramento dei cambiamenti comporta: la difficoltà di vedere il passaggio cruciale che stava sperimentando avrebbe potuto portare Carla a sprecare il lavoro prezioso che aveva fatto sino a quel punto.

Ora pensiamo, più in generale, ai principali contesti di appartenenza con cui siamo confrontati ed al loro mutamento vorticoso e confuso negli ultimi 30 anni. Sta cambiando la famiglia, in quanto soggetto sociale investito di aspettative e mandati: per esempio non c’è più una sola famiglia, i figli non rappresentano più il destino e la finalità dell’essere famiglia, e si fa fatica a trovare nuovi significati. Sta cambiando anche il lavoro, non solo nelle forme che i mercati assumono, ma nel suo significato: la flessibilizzazione e la globalizzazione hanno cambiato radicalmente il rapporto tra i lavoratori e le loro organizzazioni di appartenenza.

Si tratta di situazioni di cambiamento in cui ci si può vivere immobili, esclusi, perché non si hanno categorie per comprenderle, contestualizzarle, averci a che fare, costruire alternative. La psicoanalisi può occuparsi di costruire queste categorie insieme con chi desidera sentirsi partecipe del cambiamento dei propri contesti.

 

NOTE:

[1] O non dovrebbero dare. Possiamo anzi dire che la crisi della democrazia inizia proprio quando questa promette soluzioni semplici e immediate, screditando il dibattito tra posizioni ed idee differenti, proposto come lungo, inutile e dispendioso, e delegittimando tutte le istituzioni che garantiscono e governano questo dibattito.

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Servizi

Non chiamatela terapia! I servizi del progetto Psicoanalisi e Convivenza.

Dopo 18 mesi trascorsi a Bruxelles ad occuparsi dei problemi della mobilità internazionale, il progetto Psicoanalisi e Convivenza torna in Italia, con una nuova sede, in Via Bergamo 43, nel quartiere Salario di Roma.

Lo studio di consulenza propone servizi pensati per incontrare persone, famiglie ed organizzazioni che vivono problemi e situazioni di cambiamento e si trovano in difficoltà nel comprenderli ed averci a che fare.

Servizi che propongono di conoscere emozioni, non di correggerle; di comprendere comportamenti e sintomi, non di controllarli; di esplorare rapporti, non di giudicare individui; di aprire la possibilità per nuove strade, non di scegliere quella giusta.

In questo senso si propone psicoterapia, ma non si hanno obiettivi terapeutici, di cura, di ritorno alla normalità. Semmai si ritorna sulle proprie esperienze, sulle proprie attese, sui propri progetti. Questo vale per la psicoterapia, così come per l’orientamento, la formazione, la consulenza organizzativa.

E poi si va, si viaggia e chissà dove si arriva; questo è il bello.

 

Per saperne di più sui servizi attivi:  Servizi

Per saperne di più sul progetto Psicoanalisi e Convivenza: Progetto 

 

 

 

attualità, Lavoro, Senza categoria

Cervelli in fuga? Miti e problemi della mobilità internazionale in una prospettiva psicologica.

 

logo mobilitàAlcuni dei principali giornali italiani hanno ormai una rubrica dedicata alla “fuga dei cervelli” italiani; vi si narrano storie di giovani eccellenti, esclusi dal mercato del lavoro italiano, che all’estero ce la fanno; vi si esprimono personalità autorevoli del mondo politico o accademico, concordando quasi sempre su una premessa: andare via dall’Italia è una necessità.

“Ragazzi, non tornate” è l’ultima dichiarazione illustre rivolta ai giovani italiani all’estero. Ilvo Diamanti titola così un articolo pubblicato il 4 settembre su Repubblica, argomentando: l’Italia non investe sui giovani, ma è impegnata a tutelare i privilegi degli anziani, dentro un quadro desolante di invecchiamento della popolazione[1].  Meglio esclusi che impotenti, sembra dire Diamanti, mettendosi automaticamente tra gli impotenti che vivono l’Italia come luogo in cui è possibile solo prosciugare risorse.

Una provocazione? Forse; fatto sta che il discorso pubblico intorno alla mobilità dei giovani italiani si organizza quasi sempre intorno alla rabbia, all’esclusione, alla colpa, alla necessità, all’abbandono, alla fuga.

Da circa un anno vivo e lavoro in Belgio, a Bruxelles; nella mia attività di psicoterapeuta incontro italiani qui residenti che mi parlano della loro esperienza di espatrio, alle volte nei termini di queste emozioni.

Ma c’è anche molto altro.

C’è il coraggio, per esempio; c’è la curiosità; ci sono l’imprenditività e la creatività; e poi la scoperta, la sorpresa, la meraviglia, lo spaesamento.  

Di tutto questo, di questa complessità e di queste emozioni difficili da sostenere, non c’è traccia nel discorso pubblico, che amplifica un mito della migrazione impoverente e desolante, favorendo proprio quella mancanza di fluidità ( i “cervelli” che fuggono e non ritornano ) di cui si preoccupa.

In un bellissimo articolo su migrazione e integrazione, Massimo Cirri definisce l’integrazione come possibilità di andare e tornare; si tratta prima di tutto di un vissuto di possibilità.  Se vogliamo, la retorica della rabbia e della colpa che accompagna il mito dei cervelli in fuga schiaccia questo vissuto di possibilità, appiattendo la complessità e la ricchezza di una esperienza di trasferimento.

Già, perché le persone che si spostano non sono solo cervelli, non stanno solo andando via da qualche parte, non sono solo italiani. Per esempio hanno dei progetti o dei sogni, hanno delle competenze, hanno degli interessi e delle passioni, hanno delle reti di relazioni, hanno delle idee.

Con il gruppo di colleghi con cui mi occupo di culture del lavoro, abbiamo deciso di capire qualcosa in più su questa questione. Stiamo facendo ricerca sui miti che organizzano la mobilità internazionale e sul loro rapporto con le culture del lavoro[2]. Una delle cose che stiamo capendo è che un vissuto che accompagna i trasferimenti per lavoro è quello della solitudine. Non è così univoco, scontato e banale il senso di questa emozione. Nel modo in cui la stiamo incontrando, solitudine significa tre cose:

E’ innanzitutto una crisi delle appartenenze. Abdelmalek Sayad[3], sociologo algerino che si è occupato a lungo di fenomeni migratori, parla di doppia assenza per definire la condizione di chi si sposta dal paese d’origine: ci si sente fuori dai sistemi di appartenenza che si sono lasciati, ma ci si sente fuori anche da quelli del paese in cui si è arrivati. E’ molto interessante il costrutto di funzione specchio che propone per spiegare questo vissuto di assenza; lo reinterpreto così: entrare in una nuova cultura permette di rendersi conto della non scontatezza della cultura di appartenenza, ma pure di quella nuova che si sta sperimentando.  Una delle fondamenta dell’identità – l’appartenenza ad una cultura – smette di essere qualcosa di scontato, di naturale, di non visto. La si comincia a vedere da fuori; la si può cominciare a pensare. In questo senso, più che di doppia assenza, potremmo dire che si tratti di una prima, forte, importante presenza, intesa come capacità di pensare le proprie premesse culturali.

In secondo luogo la solitudine è una esperienza di cedimento di fantasie e di attese, che sempre accompagnano un’esperienza di trasferimento. Mettiamo, per esempio, che si lasci l’Italia nella fantasia che questa sia priva di opportunità, che invece abbondano nel paese dove si è diretti; il più delle volte si finisce per constatare che la possibilità di lavorare non è qualcosa che si trova per strada o che si pesca da un cestino più o meno pieno, ma è qualcosa che si costruisce, con impegno, idee, competenze, progetti.   Quando nel confronto con la realtà le fantasie vengono disattese, le emozioni che accompagnano questa de – illusione possono essere le più disparate, ma di sicuro una di esse, forse la più basilare, è quella di trovarsi improvvisamente fuori, soli, di fronte ad una realtà complessa, ancora da comprendere, esplorare; una realtà non scontatamente amica e nemmeno nemica a prescindere.   

Dentro queste accezioni la solitudine è un momento trasformativo e di conoscenza prezioso. Una delle domande che ci stiamo ponendo nel fare ricerca sulla mobilità, è: a quali risorse si può attingere per utilizzare questa opportunità?

Infine la solitudine è l’emozione che la complessità che si sta vivendo sia incondivisibile; che non vi sia nessuno con cui se ne possa parlare; che si sia soli, privi di risorse per pensare.

Ciò che pensiamo è che i miti sulla mobilità, che semplificano e appiattiscono, alimentino questa ultima accezione della solitudine, a scapito delle altre, legittimando la fantasia che non se ne possa parlare. Pensiamo alla retorica della facilità di avere successo all’estero, di fronte alla quale anche esperienze molto interessanti vengono liquidate come fallimenti.

Per questo spesso mi capita di incontrare pazienti che parlano dei loro trasferimenti, a volte numerosi, come di un voltare pagina, un ricominciare da capo. Le esperienze che sono andate diversamente da ciò che ci si aspettava vengono trattate come qualcosa da accantonare, a cui smettere di pensare, da nascondere anche con un po’ di vergogna, in una sorta di gioco d’azzardo incoraggiato dal motto: ritenta, sarai più fortunato.

 Invece, domandarsi cosa ci si aspettava e riconoscere tutte le altre – tante e a volte preziosissime – cose che sono accadute, è una competenza fondamentale per costruire il valore e l’utilità delle proprie esperienze.

di Sonia Giuliano

 

[1] Dovendo fare un’analisi politico-sociologica, la situazione italiana è ben più complessa e per nulla riducibile ad un conflitto generazionale. Nei commenti all’articolo di Diamanti, per esempio, molti urlano il più grande problema italiano: la corruzione.  E se parlando di corruzione ciò che viene in mente sono le “mazzette”, siamo ben lontani dalla comprensione di un fenomeno che è culturale e pervasivo. La corruzione è una perversione dei rapporti, che smettono di essere luogo della creazione di risorse ( le risorse sono per definizione a disposizione di una comunità)  e diventano luogo da depredare per un tornaconto individuale. O, se vogliamo, è una perversione delle appartenenze, che smettono di essere una premessa e diventano un fine. Un esempio facile: la famiglia è un sistema di appartenenza; nel gruppo di colleghi psicologi con cui lavoro usiamo dire che l’obiettivo della famiglia è preparare l’uscita dei suoi membri da essa; per esempio aiutando un figlio ( ma pure un marito, una madre o una nonna ) ad esplorare il mondo e l’estraneità che comporta. Questo apre, chiaramente, a scenari imprevedibili. Se la famiglia, invece, opera per autopreservarsi e per scongiurare l’imprevedibilità ( per esempio perché i suoi membri temono di non avere potere fuori da essa ) allora tenderà a considerare una minaccia da neutralizzare qualsiasi tentativo di esplorazione esterna. L’espulsione, l’esclusione, l’impotenza, la paura sono i vissuti che organizzano le famiglie, e in generale tutti i sistemi di appartenenza, che si vivono come fine più che come premessa. L’Italia di cui parla Diamanti sembra proprio questo tipo di sistema di appartenenza chiuso: una famiglia in cui i giovani rappresentano potenzialmente la parte destabilizzante e che quindi hanno due destini: rimanere bloccati e impotenti o pagare lo scotto dell’esclusione.

[2] Siamo un gruppo di psicologi e ricercatori che lavorano con persone, aziende, sindacati e ordini professionali per esplorare e intervenire sui problemi collegati alla simbolizzazione del lavoro. La Dott.ssa Fiorella Bucci, ricercatrice presso il Dipartimento di Psicoanalisi dell’Università di Gent, si sta occupando insieme a me di esplorare i significati della mobilità internazionale per gli italiani residenti in Belgio. Un primo contributo scientifico su questa esplorazione è stato presentato ad un convegno su “culture del lavoro e intervento psicologico”, organizzato da SPS Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica.

[3] Sayad, A.; ( 2002). La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato. Raffaello Cortina Ed.

casi clinici, Lavoro, Senza categoria

Come cambia il rapporto tra medicina e società: una prospettiva psicologica sulle nuove domande di salute.

…“Oggi, i medici sono chiamati sempre di più ad occuparsi di malattie croniche e di invalidità, dalle quali, per definizione, non si guarisce. E non si ha a che fare con la guarigione nemmeno nella cosiddetta medicina preventiva o nella assistenza al fine vita. Entro queste aree di intervento, il medico non è più colui che ripristina uno stato di salute, che elimina la malattia. E non è così immediatamente chiaro cosa diventi, altrimenti, nel rapporto con i suoi pazienti, da un punto di vista simbolico e relazionale; e neppure cosa diventino per lui i suoi pazienti. La formazione in medicina, per esempio, non tiene conto di questi aspetti e, se da una parte si aggiorna continuamente in base alle nuove conoscenze scientifiche, dall’altra fa come se potesse prescindere dai mutamenti psicosociali entro cui opera il medico, lasciandolo spesso agganciato a dimensioni mitiche della medicina, impassibili al cambiamento.” …

Di Sonia Giuliano

Continua su Assis.it

 rapporto-medico-paziente

Dalla collaborazione tra Psicoanalisi e Convivenza e Assis, nasce un articolo che si interroga sul rapporto medico – paziente, a partire dai numerosi sintomi che sembrano segnalarne la crisi di fiducia.

Assis è un’associazione che riunisce medici ed altri professionisti interessati a pensare questi eventi critici per farli diventare opportunità di sviluppo e cambiamento; il suo presupposto è quello della libertà di cura, che potremmo riassumere così:

“I medici non esistono perché esiste la malattia, esistono perché c’è qualcuno che si pensa malato. Non rispondono ad un bisogno, ma ad una domanda e non possono svilupparsi se non tenendo conto di questa.” ( Giuliano S. )

E proprio l’esplorazione degli aspetti simbolici di questa domanda potrebbe diventare una delle strade più promettenti su cui avviare una collaborazione tra medicina e psicologia.

Bibliografia:

Canguilhem, G. (1966). Il normale e il patologico. Milano: Einaudi.

Carli, R. (2012). Il tirocinio in ospedale. Rivista di psicologia clinica, 1, pp 3 – 20.

Carli, R., & Paniccia, R.M. (2004) Analisi della domanda. Teoria e tecnica dell’intervento in analisi della domanda. Bologna: Il Mulino.

Casement, P. (1989). Apprendere dal paziente. Torino: Raffaello Cortina Editore.

Di Ninni, A. (2011). L’apporto della domanda dei servizi alla costruzione dell’identità professionale degli psicologi. Rivista di psicologia clinica, 2, 38-44.

Fornari, F. (1976). Simbolo e codice. Dal processo psicoanalitico all’analisi istituzionale. Milano: Feltrinelli.

Giuliano, S. ( 2015). Alternative alla cultura del candidato ideale: la selezione di aspiranti medici. Blog Psicoanalisi e Convivenza. www.psicoanalisieconvivenza.com.

Giuliano, S. ( 2016). Vaccini, allattamento e dintorni; alcuni campi su cui si gioca la ridefinizione del rapporto tra la medicina e i suoi pazienti. Blog Psicoanalisi e convivenza. www.psicoanalisieconvivenza.com

attualità, Senza categoria

“Pensa, prima di parlare”. Un evento per discutere di nuove e vecchie forme di emarginazione delle donne.

 

femministe italianeI giochi di potere non sono solo maschili, sono anche noiosi.

E’ uno degli slogan che, scritto a grandi lettere sul basamento di una colonna, si può leggere se si ha la fortuna di entrare a Palazzo Nardini, storica sede del Movimento di Liberazione della Donna, occupata negli anni 70 da centinaia di donne, ragazze, bambini e neonati in carrozzina, che inseguivano un sogno di dignità e libertà.

E’ una frase forte; vera, soprattutto. Perché quando le relazioni sono orientate alla spartizione dei poteri non prevedono nessuno sviluppo. Non prevedono cambiamento. Sono noiose, appunto.

Ancora oggi, entro molti contesti ( soprattutto quelli in crisi, come la famiglia, la scuola, alcuni contesti professionali ) le relazioni si organizzano secondo la fantasia che ciò che conta è conquistare e preservare potere. Come se non ci fossero altri modi di contare qualcosa, di essere qualcuno. Questa fantasia genera una violenza che si esprime in infiniti aspetti della relazione. E a farne le spese sono spesso quelle categorie sociali che, storicamente e socialmente, sono più a rischio di emarginazione; per esempio le donne, i bambini, gli anziani, i disabili, i giovani. Cioè tutti coloro che propongono un’estraneità, una diversità, rispetto ai poteri culturalmente dominanti. Tutti coloro che potrebbero introdurre novità, variazioni, imprevisti.

Credo che il cambiamento e lo sviluppo dei contesti siano quelle cose su cui lavorano la psicologia e la psicoanalisi. E credo che questo cambiamento passi attraverso un pensiero emozionato sulle dinamiche che bloccano.

Per questo ho accolto con piacere l’invito del Comitato Pari Opportunità dell’Ordine degli Avvocati di Bari a parlare dei significati della violenza, in occasione dell’evento sulla violenza verbale nei confronti delle donne, che si terrà il 7 marzo presso la Libreria Laterza di Bari.

Sarò presente per proporre degli spunti di riflessione, ma anche per ascoltare con curiosità l’esperienza e le idee delle persone che parleranno. Avvocate e giornaliste, per lo più; ossia professioniste che vivono ambienti professionali molto competitivi; una competizione che spesso si esprime nel marginalizzare le donne. Ma anche professioniste che, in qualche modo, ce l’hanno fatta: si sono fatte largo entro campi della vita professionale che un tempo erano di esclusiva competenza maschile; hanno lavorato sodo, portando entusiasmo e, a volte, innovazioni e piccole rivoluzioni. Che oggi ancora pensano iniziative ed interventi per smascherare una cultura maschilista che oggi si esprime in modi meno diretti e meno riconoscibili. Con qualche stanchezza, certamente. Che mi auguro non sia sufficiente a farle cadere nella trappola di quei “giochi di potere” che anni fa l’MLD denunciava a gran voce; e che le consenta di continuare a promuovere una cultura della competenza, invece che della competizione.

L’appuntamento è alle 18 del 7 marzo presso la libreria Laterza di Bari. Una sede importante, che dai primi del 900 ha visto intellettuali e pensatori discutere e confrontarsi sul futuro della nostra società.

locandina evento violenza verbale

Interverranno:

Giovanni Stefanì, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Bari

Giovanna Brunetti, presidente del Comitato pari Opportunità dell’Ordine degli Avvocati di Bari

Sonia Giuliano, psicologa specialista in psicoterapia psicoanalitica, autore per la Rivista di Psicologia Clinica e blogger in psicoanalisieconvivenza.com

Giusy Stragapede, psicologa psicoterapeutica ad indirizzo dinamico, presidente dell’Associazione Gruppo Utile Onlus

Rossella Matarrese, giornalista Rai, coordinatrice di Giulia per la Puglia, rete Giornaliste Unite Libere Autonome

Maria Laterza, direttrice libreria Laterza.

Interverrà, a sorpresa, il Teatro delle Bambole.

 

Si tratta di un incontro aperto; vi aspettiamo.

attualità, famiglia, Lavoro

Vaccini, allattamento e dintorni; alcuni campi su cui si gioca la ridefinizione del rapporto tra la medicina e i suoi pazienti.

medicoAlcuni anni fa lavoravo ad una ricerca volta ad esplorare l’atteggiamento di pediatri e ginecologi nei confronti dell’allattamento. La ricerca era commissionata da un ente che promuove l’allattamento al seno e si volevano conoscere le premesse culturali con cui i medici si rapportano ai loro pazienti nel trattare l’argomento.

Una cosa interessante che scoprimmo fu che i medici ne parlavano con imbarazzo, non sapendo bene in che modo intendere la questione dell’allattamento. Per alcuni ginecologi per esempio diventava una questione di ragadi al seno o di mastite; per alcuni pediatri una questione di peso del bambino, o di allergie. Ci colpì la difficoltà dei medici a trattare un evento relazionale come l’allattamento in termini diversi da quelli della patologia. Nel linguaggio medico, inoltre, la relazione di allattamento veniva scomposta in pezzi sempre più circoscritti: il seno, il latte, il peso del bambino, etc.

Si potrebbe osservare che il compito della medicina è esattamente questo: monitorare il confine tra funzionamento normale e patologico; e per far questo è necessario scomporre, isolare, circoscrivere. Scomporre, isolare e circoscrivere sembrano, a ben vedere, strumenti che rendono possibile l’operare medico. Non solo la diagnosi, ma anche, soprattutto, la cura, che spesso è un atto invasivo. Per esempio per intervenire chirurgicamente su un paziente è importante, dal punto di vista emotivo, scindere[1] l’organo malato su cui si interviene, dal resto.

Cosa c’è di interessante allora?

Intanto che alcune specializzazioni della medicina incontrano per lo più pazienti sani, non malati, privi di sintomi di rilevanza medica. E’ il caso dei pediatri di base, che incontrano routinariamente le famiglie con bambini piccoli, portati a controllo. Ed è il caso dei ginecologi, che per esempio seguono le donne in gravidanza assicurandosi che la gestazione stia proseguendo nel migliore dei modi. Potremmo dire che si tratta di “pazienti atipici”, proprio perché … non sono pazienti: il termine paziente viene dal latino patior, che vuol dire soffrire, ma anche sopportare, essere passivo. Ed è interessante questo doppio significato che assume senso entro il rapporto con il medico: la sofferenza sarebbe ciò che motiva ad affidarsi passivamente alla persona del medico.

Nei casi di cui stiamo parlando non sembra esserci sofferenza, almeno da un punto di vista organico. Invece questi “pazienti atipici” hanno quasi sempre una caratteristica comune: stanno affrontando una criticità; la gravidanza, l’arrivo di un figlio; ma si potrebbe pensare anche agli anziani che vanno a farsi controllare dal medico di base, o a chi va a controllo periodicamente per escludere patologie delle quali non ci sono sintomi, ma con cui si ha una qualche familiarità.

Qualche tempo fa seguii una donna che si sottoponeva continuamente a check up medici completi, dopo che a sua madre era stato diagnosticato un cancro al cervello. Ogni volta che da questi check up emergeva uno stato di salute impeccabile, la donna, lungi dal sentirsi sollevata, entrava in uno stato depressivo e sviluppava una serie di sintomi psicosomatici, per i quali, poi, si era rivolta ad un consultorio. Inutile dire che questa donna non aveva alcuna fiducia nei medici che le dicevano che stava bene e ogni volta cambiava specialista, delusa dal precedente. Non entro nel merito del caso, ma mi limito ad osservare quanto le domande che arrivano ai medici siano complesse, ricche, difficili. Spesso una domanda di controllo della salute è una domanda di assistenza ad una relazione critica. Nel caso di questa donna si trattava della relazione con una madre in fin di vita, con tutta l’ambivalenza che questo comportava.

Pensiamo anche alla diatriba attualmente in atto sul tema dei vaccini. Nonostante in molti sistemi sanitari in Europa non si parli più di obbligatorietà, la posizione ufficiale della medicina è che i neonati vadano vaccinati, per garantire la cosiddetta immunità di gregge rispetto ad alcune patologie. Pertanto una delle preoccupazioni della pediatria di base, almeno in Italia, sembra essere quella di monitorare l’effettuazione dei vaccini.

Parallelamente stanno nascendo movimenti, associazioni e voci all’interno della medicina stessa, che mettono in discussione la bontà della prassi vaccinatorie. Si temono gli effetti collaterali dei vaccini, si mette in dubbio l’utilità dei vaccini su patologie non fatali, si accusa la medicina e le istituzioni di fare gli interessi delle case farmaceutiche, si temono le ripercussioni a lungo termine dell’immunizzazione artificiale. La battaglia sui vaccini appassiona, dilaga sui social e in tv; ci si schiera dall’una o l’altra parte, alimentando paure e sfiducia. Con buona pace di chi, invece, non ne può più di sentir parlare di questo argomento. E quando si arriva a non poterne più, il più delle volte, significa che è necessario cambiare vertice di osservazione.

Per esempio, invece di schierarsi, si potrebbe provare a dotare di senso questo casus belli. Se ci si pensa, questo scontro con la medicina ufficiale arriva in un momento particolare della storia della medicina. Mai come in questo momento è in atto una crisi del potere medico, di cui ho già parlato altrove[2].

 In primo luogo è in crisi il senso della funzione medica. Per lungo tempo si è chiesto alla medicina di essere onnipotente, di curare tutto, di prevenire tutto; e la medicina si è sviluppata sull’onda di questo investimento; ma questa richiesta di onnipotenza non può che essere delusa e, forse, oggi più che mai, stiamo attraversando questa disillusione. Si pensi per esempio a quanto l’aumento della vita media, una conquista dovuta in buona parte ai progressi della medicina, sia direttamente proporzionale alla vertiginosa crescita di patologie croniche e disabilità.

In secondo luogo è in crisi la fiducia nel rapporto medico – paziente che, anzi, sembra fondato oggi su una reciproca diffidenza. Il fallimento della fantasia dell’onnipotenza medica si sta tramutando in un atteggiamento di difesa reciproca. In altre parole: i pazienti non danno più per scontato che l’operare del medico sia competente e a fin di bene, perciò non accettano più passivamente le prescrizioni; i medici utilizzano le prescrizioni[3] come difesa nei confronti di un paziente diffidente, per confermare un potere che sentono di stare perdendo.

Questo è quanto sta accadendo rispetto ai vaccini: genitori sempre più preoccupati e diffidenti chiedono delucidazioni e informazioni in merito ai vaccini da fare ai figli; la medicina, messa in discussione, risponde rassicurando, terrorizzando, e prescrivendo. Ma questo non sembra essere sufficiente. La preoccupazione rimane e non sembra affare di nessuno. O quasi.

Mi ha colpito molto la posizione di un medico, il Dott. Serravalle, abbastanza conosciuto in quanto una delle poche voci fuori dal coro della medicina ufficiale; non perché contrario ai vaccini, ma perché contrario alla logica della prescrizione come rimedio alla preoccupazione dei genitori. Questo pediatra cerca di farsi carico della preoccupazione delle famiglie che si rivolgono a lui, semplicemente… facendo il suo lavoro. Invece di prescrivere i vaccini, visita i suoi pazienti, ne valuta lo stato di salute, ascolta i genitori, raccoglie la storia del bambino e della sua famiglia, ne chiede i progetti e lo stile di vita.  Valuta i casi di fronte a cui si trova, di volta in volta.

Mi colpiva perché un ipotesi che si può fare è proprio questa: lo scontro sui vaccini parla del desiderio delle famiglie di essere prese in carico, di essere viste, di essere accolte dai medici. Prendersi cura di un figlio non è mai impresa facile e una domanda che costantemente viene rivolta ai pediatri, ogni volta che si porta a controllo un bambino, è di essere affiancati in questa difficoltà, di essere assistiti. Credo che questa domanda di assistenza venga spesso vissuta come “impertinente”, nel senso di non pertinente con la funzione medica. Prescrivere a prescindere, allora, può diventare un modo per difendersi da ciò che si vive come incongruente, anzi ostacolante le proprie competenze.

Credo anche che provare a capire questa domanda, nuova, inedita, sia un modo per rifondare la relazione tra la medicina ed i suoi pazienti.

 

 

NOTE

[1] La scissione è un modo del funzionamento inconscio della mente e consiste nel tenere separati elementi che starebbero naturalmente insieme. Spesso se ne parla in termini di meccanismo di difesa: per esempio si separa il buono dal cattivo in uno stesso oggetto, per preservarlo. Nel caso dei medici potremmo definirla una competenza emotiva: scindere l’organo malato dal paziente come persona, come parte buona, consente di intervenire in modo aggressivo, per esempio chirurgicamente.

[2] Cito da un mio precedente articolo: “Si pensi alla medicina e a come è cambiato il rapporto medico – paziente negli ultimi 40 anni. Un rapporto silente fino a qualche decennio fa: il medico visitava mentre il paziente stava zitto; solo alla fine della visita il medico parlava per dire al paziente che cura avrebbe dovuto fare. Oggi il paziente chiede, vuole essere messo al corrente di ciò che accade e spesso sa o pensa di sapere (si pensi al ruolo di internet in merito); non riconosce più al medico quel potere fondato sul fatto che è lui il solo che sa; non è più “paziente”, cioè non si affida passivamente al medico, ma ne controlla l’operato.  A fronte delle denunce che fioccano in ambito sanitario i medici sentono l’esigenza di difendersi e lo fanno, per esempio, prescrivendo farmaci ed accertamenti anche quando l’esperienza clinica suggerisce che non è necessario ( è la cosiddetta medicina difensiva che costa alla sanità italiana 10 miliardi di euro ogni anno ) ; nel vissuto dei medici i pazienti cominciano a diventare qualcosa da cui difendersi più che coloro per cui si lavora. Si tratta di un conflitto che mina la base di un rapporto professionale, cioè la fiducia, l’idea che l’altro è con me e non contro di me.” 

[3] Sarà bene precisare che intendo la prescrizione non nel suo significato tecnico ( quindi come cura a fronte di una diagnosi ) , ma come proposta relazionale difensiva. Si pensi ad esempio, alla medicina difensiva, appunto, dove le prescrizioni sono utilizzate come forma di tutela del medico.

casi clinici, Lavoro

Lo stress lavoro correlato: una colpa delle organizzazioni o una occasione di sviluppo?

lavorare stanca

Per i lavoratori dirsi stressati sta diventando sempre di più il modo per esprimere una difficoltà sul lavoro. D’altra parte, come tutte le diagnosi entrate nel gergo comune – pensate anche alla inflazionatissima ansia – lo stress lavoro correlato è un costrutto per nulla univoco e tutto da capire.

Certamente vi sono teorie e approcci di intervento codificati, diversi tra loro, che tentano di spiegare e trattare lo stress da lavoro. Per lo più si può distinguere tra chi enfatizza il ruolo di agenti esterni nella sua genesi e chi il ruolo delle fragilità individuali. Nel primo caso lo stress sarebbe una condizione di malessere dei lavoratori provocata da caratteristiche dell’ambiente di lavoro ( ad esempio turni, orari, carico di lavoro, logistica degli uffici, contratto, stabilità, etc ). Nel secondo caso sarebbe determinata da caratteristiche soggettive ( fragilità individuali, esperienze pregresse, vita familiare, etc ) che porterebbero a percepire più facilmente come stressanti alcuni stimoli.

Va per la maggiore chi incrocia questi due fattori: un po’ gli stimoli esterni sono stressanti, un po’ chi si lascia stressare qualche problema ce l’ha di suo[1]. Ma se si entra in una organizzazione interessata a trattare il problema dello stress ci si rende conto che la questione è ben più complessa e interessante di così.

Alcuni mesi fa un sindacato del territorio barese, la UIL PA[2], ha organizzato un convegno per parlare di stress da lavoro nelle pubbliche amministrazioni. Gli organizzatori mi hanno invitato a portare un punto di vista psicologico sulla questione, nell’idea di informare i lavoratori su un fenomeno a loro avviso molto diffuso, ma poco riconosciuto come problema. Il convegno, rivolto ai lavoratori delle PA locali, vedeva tra i relatori sindacalisti, medici, avvocati.

Ho accettato l’invito molto volentieri e con curiosità, per diversi motivi.

Primo motivo: mi piaceva il titolo dell’evento: “Il lavoro è salute”; lo trovavo, nella sua semplicità, una sconferma di uno stereotipo molto diffuso sul lavoro, che viene simbolizzato come qualcosa che toglie salute, che sottrae risorse ed energie. Mi piaceva partecipare ad affermare che il lavoro può anche essere qualcosa che produce risorse ed energie, quindi salute.

Secondo motivo: mi ha molto incuriosito l’interesse di un sindacato a parlare di stress sul lavoro. L’ho trovato un interesse inedito, particolare, in un momento in cui l’istituzione sindacale vive una crisi di partecipazione e di funzione. Per esempio in Italia, stando alle ultime statistiche, seppure il numero complessivo di iscritti ai sindacati cresce, per metà si tratta di pensionati ( 6 milioni su 12 circa ); il nuovo mercato del lavoro non si fa rappresentare dai sindacati tradizionali. I lavoratori sono in conflitto con i contesti lavorativi di appartenenza, ma senza riconoscersi in altro, come avveniva per esempio negli anni 70. E’ un conflitto solitario, spesso silente e agito nella quotidianità del rapporto con la gerarchia, in cui il cruccio è la difesa di diritti e vantaggi individuali. Sta venendo meno il senso di appartenenza a contesti che fondano l’identità del lavoratore, compresi i sindacati[4].

Non sto parlando solo della crisi dei sindacati, ma anche dello stress che è una crisi dei rapporti lavorativi. Lo stress lavoro correlato può intendersi infatti come il sintomo di una cultura del lavoro disfunzionale, per esempio una cultura organizzativa in cui ciascun lavoratore si vive solo, magari in competizione con i colleghi e assoggettato alla gerarchia; cioè senza possibilità di socializzare una difficoltà in un modo produttivo.

E questo è un punto emerso con evidenza nel corso del convegno. Mi colpiva per esempio l’intervento di un medico Inail che si occupa di esaminare le domande di malattia professionale che pervengono dai lavoratori: evidenziava come molti lavoratori si sentano sollevati semplicemente nel potere parlare con qualcuno della loro difficoltà, nel poter dire a qualcuno: “sto male, credimi!”

Parlare con qualcuno: questa sembra la cosa vissuta come impossibile in molte organizzazioni di lavoro. Nonostante vi siano referenti, anche dei sindacati, che svolgerebbero la funzione di punto di riferimento per i lavoratori in difficoltà. Nonostante vi siano sportelli che si propongono come baluardi contro il mobbing, il bossing, etc. Funzioni ed iniziative utilizzate poco e niente dai lavoratori. Non c’è nulla da fare: la propria organizzazione di lavoro è vissuta come luogo in cui e su cui parlare è inutile, anzi pericoloso; per esempio perché si temono ripercussioni, ritorsioni o accuse.

E’ lo stesso motivo per il quale gli interventi sullo SLC, obbligatori per legge, spesso vengono trattati come fastidiosi adempimenti da liquidare con il minimo di investimento possibile. Per esempio nelle pubbliche amministrazioni del territorio barese non si è mai andato oltre il primo livello di intervento previsto dalla legge, ossia la valutazione di quei parametri del contesto lavorativo che vengono considerati oggettivi, come le caratteristiche strutturali dei luoghi di lavoro. In queste valutazioni, operate dai dirigenti aziendali, il quadro appare idilliaco, ma, considerando le risorse scarsissime della PA, viene un po’ a tutti il sospetto che queste valutazioni siano di mano particolarmente generosa per evitare di passare al livello successivo previsto dalla legge, ossia parlare con i dipendenti, chiedere loro cosa non va. Appunto.

Ma perché parlare è così pericoloso? Se ritorniamo un attimo a quelle due ipotesi che circolano sullo stress lo si capisce subito: se lo stress è una dimensione causata da agenti esterni oggettivamente stressanti, oppure da caratteristiche individuali che rendono particolarmente sensibili alcuni soggetti, allora è chiaro che conviene parlare il meno possibile, poiché o si cercano i difetti dell’azienda o si cercano i difetti individuali. Insomma parlare vorrebbe dire lamentarsi, o recriminare, o accusare, o difendersi.

E se invece poter parlare di una difficoltà fosse una risorsa per la comprensione di problemi organizzativi e quindi per lo sviluppo dell’organizzazione?

E’ qui, credo, che vada studiato e compreso il problema dello SLC, nelle dimensioni organizzative di un contesto di lavoro, dove per organizzazione[5], intendo il modo in cui la simbolizzazione affettiva del contesto di lavoro organizza relazioni, regole, obiettivi e finanche elementi più strutturali, come la comodità e l’estetica dei luoghi di lavoro[6].

Per esempio nei vari colloqui con i sindacalisti che hanno organizzato l’evento ( che, ricordo, sono lavoratori nelle PA ) abbiamo costruito l’ipotesi che una dimensione simbolica stressogena che organizza le pubbliche amministrazioni è la fantasia che non sia possibile lo sviluppo; quindi il vissuto di essere bloccati nel proprio lavoro. Una organizzazione immobile, priva di motivi per crescere, priva di possibilità di evolvere. Fantasia che credo riguardi tutti i livelli della gerarchia e che, per esempio, è riscontrabile nel leitmotiv del risparmio, che sembra essere diventato l’obiettivo di molti top manager. Ma pensare che l’obiettivo di una organizzazione possa essere risparmiare è un suicidio organizzativo. Risparmiare non è mai un obiettivo. Certamente si deve entrare nell’ottica che pure le PA, come tutte le organizzazioni, sono sistemi a risorse scarse, cioè che non hanno risorse infinite a cui attingere.

Ma si potrebbe anche iniziare a pensare che si risparmia non quando si tagliano le spese, ma per esempio, quando il cliente di una organizzazione è soddisfatto dei prodotti e dei servizi forniti; quando c’è un rapporto di fiducia tra organizzazione e clienti[7]. Quando l’organizzazione fonda la sua esistenza, non dandola per scontata, sulla soddisfazione del cliente.

Viversi come funzionali allo sviluppo di un cliente è un prezioso fattore di protezione contro lo stress da lavoro, poiché dà all’organizzazione e a chi vi lavora un motivo per evolvere, per crescere, per progettare. In altre parole avere in mente e a cuore un cliente è un antidoto contro l’immobilità, contro l’assenza di prospettive. E le PA hanno molta strada da fare in questo senso.

Anche per i sindacati c’è tanta strada che si può fare e lo Stress Lavoro Correlato può essere una risorsa: può diventare un’occasione di cambiamento se ci si mette nell’ottica di favorire lo sviluppo organizzativo, superando la dispendiosa contrapposizione tra organizzazione e lavoratore. In quest’ottica lo stress può diventare, invece che un’ arma da impugnare contro l’organizzazione, un feedback utile a pensare le criticità organizzative che bloccano lo sviluppo.

 

[1] In realtà si tratta di una banalizzazione ( molto frequente, ahimè, anche tra i professionisti che si occupano di SLC ) di una proposta teorica interessante, sintetizzata pressappoco così da Lazarus e Folkman: lo stress si verifica quando l’ambiente di lavoro viene vissuto come gravoso, come richiedente più di ciò che il lavoratore può offrire. Questa posizione sottolinea un aspetto interessante: lo stress come prodotto di una relazione tra il contesto di lavoro ed i lavoratori, i quali simbolizzano e vivono in un certo modo l’organizzazione lavorativa. La relazione di cui si parla è la simbolizzazione del contesto e non il rapporto tra caratteristiche individuali e caratteristiche del contesto. Eppure è molto difficile tenere questa differenza. Per esempio nel testo sullo SLC dell’Agenzia Europea per la Salute e la Sicurezza dei Lavoratori lo stress diventa quella condizione causata da un ambiente di lavoro che chiede più di quanto i lavoratori possano dare; in quel testo, rispetto alla definizione di Lazarus e Folkman, è scomparso il vissuto ed è rimasta l’organizzazione di lavoro che chiede troppo. Resta poi il problema di definire quel “troppo” e di promuovere un intervento che non sia vissuto dalle organizzazioni stesse come una individuazione di colpe.

[2] Unione Italiana del Lavoro Pubblica Amministrazione; http://bari.uilpa.it/

[4] Un esempio sul mutato contesto culturale e socio-economico. Qualche mese fa Marchionne, dopo anni di aspra conflittualità con sindacati e non solo, ha introdotto un nuovo sistema retributivo, fondato su premi di produttività, tra il plauso dei dipendenti FIAT e di quasi tutte le sigle sindacali ( FIOM a parte che contesta l’utilizzo di fondi che dovevano essere destinati ad aumenti salariali bloccati da molti anni ). Alcuni decenni fa – anni 70- il capo del personale della Pirelli offriva ai dipendenti un aumento salariale addirittura superiore a quello chiesto dai sindacati. Invece che un applauso si guadagnò insulti e proteste perché i lavoratori sentirono che, nello scavalcare i sindacati, veniva messo in discussione un fondamentale senso di appartenenza alla categoria operaia e si tentava di comprare un’alleanza con il potere.

[5] Per un approfondimento teorico si veda Renzo Carli, Rosa Maria Paniccia, Fiammetta Giovagnoli, L’organizzazione e la dinamica inconscia, in “Rassegna Italiana di Sociologia” 2/2010, pp. 183-204, doi: 10.1423/32442 http://www.rivisteweb.it/doi/10.1423/32442

[6] C’è uno strettissimo rapporto tra dimensioni strutturali e dimensioni simboliche. Ho lavorato in un carcere romano dove qualsiasi sedia su cui ci si posava era di una scomodità imbarazzante. Non è certamente un errore, ma una dimensione strutturale legata alla simbolizzazione del carcere come luogo che non si deve desiderare, che quindi deve essere scomodo, ostile. E si potrebbe andare avanti a parlare della struttura delle scuole, degli ospedali…

[7] Non sono a conoscenza di ricerche serie sulla fiducia tra PA e clienti o sulla reputazione delle PA, ma presumo che i risultati sarebbero non troppo confortanti; quando ho diffuso la notizia di questo convegno tra le mie conoscenze in molti, tutti inevitabilmente clienti delle PA, hanno risposto pressappoco così: “stress nelle amministrazioni pubbliche?! Ma se non fanno niente!”