attualità, casi clinici

Il cambiamento (e i molti modi per ignorarlo). Un caso.

Il tema del cambiamento è cruciale in questo momento storico e politico di grande turbolenza: rottamazioni, rivoluzioni, ripartenze prive di eredità vengono invocate con violenza e rancore. Ma quanto ha a che fare questo con il cambiamento?

Nei discorsi motivazionali spesso si racconta che nella lingua cinese la parola “crisi” – wēijī – include sia il concetto di pericolo che quello di opportunità. Non è vero, con buona pace dei motivatori; ma la realtà è anche più interessante e riguarda l’argomento di cui ci occupiamo.

In cinese la parola che indica “opportunità” è Jīhuì.

Crisiwēijī – e opportunità – Jīhuì – hanno in comune la sillaba Jī, che sta ad indicare una una situazione di cambiamento.

I cinesi sembrano sapere che il cambiamento esiste, e che ci sono modi diversi di viverlo e trattarlo.

Siamo costantemente entro contesti che cambiano; perché siamo nella storia, perché viviamo entro relazioni e queste ultime sono mutevoli, si sviluppano. Il cambiamento esiste e noi possiamo accorgercene o no, tollerarlo o no, viverlo come qualcosa che si subisce o come un processo a cui si ha il potere di partecipare, farlo divenire una crisi senza fine o una opportunità. Ciò che non è scontato, dunque, è la possibilità di dare senso ai cambiamenti con cui ci si confronta, di rintracciale fili e direzioni entro la mutevolezza delle relazioni e dei contesti, a volte confondente.

Oggi sembrano mancare proprio le categorie utili per leggere e orientare i cambiamenti in atto, che dunque diventano confusi, caotici, privi di senso, folli.

cambiamentoIn questa confusione, che implica una assenza di significati condivisi, si collocano la fantasia di rottamazione, quella di ricominciare da capo, quella di dimenticare tutto e darsi un’altra possibilità. Si tratta di fantasie distruttive quando aspirano a sbarazzarsi della complessità dei contesti, invece di comprenderle.

Si pensi, ad esempio, alla crisi che sta vivendo la democrazia, nel nostro paese e non solo. In balia della confusione connessa a cambiamenti radicali e poco esplorati nella loro dimensione culturale e pragmatica, il popolo domanda soluzioni immediate, controllanti e semplificanti, che i processi democratici non danno[1].

Se pensiamo alla complessità insita, solo per fare qualche esempio, nella globalizzazione dell’economia e delle culture, nel rapporto con risorse naturali che danno segni di esaurimento, nei fenomeni migratori, nell’acquisizione di nuovi diritti civili e nella loro progressiva estensione a persone che prima ne erano escluse, possiamo ben dire, prendendo a prestito le parole di George Bernard Shaw, che per ogni problema complesso esiste una soluzione semplice: ma è sbagliata.

Dinamiche analoghe si possono vivere entro il lavoro, la famiglia, il contesto amicale, la scuola, etc. La domanda di aiuto alla psicologia – di persone, famiglie, gruppi, organizzazioni – origina sovente dalla difficoltà a costruire senso entro processi di cambiamento.

Carla, una giovane donna di 26 anni, arriva in analisi perché da alcuni mesi scoppia in pianti improvvisi di cui non capisce il motivo e che sente di non poter controllare. Questo la mette profondamente in imbarazzo nei contesti che frequenta e vorrebbe capire cosa le accade. Teme di non essere cresciuta, di essere ancora una bambina e pensa che forse sarebbe meglio rientrare in Italia, in famiglia, oppure trasferirsi in un altro paese, dove ancora non si è bruciata la reputazione a causa di questo suo atteggiamento infantile.

Da circa un anno Carla si trova all’estero, dove, dopo un tirocinio in una azienda, è stata assunta. Il suo trasferimento, intrapreso a suo tempo con grande entusiasmo, è stato l’occasione per chiudere in fretta una relazione con un uomo più grande, da cui si sentiva dipendente. Negli ultimi mesi sta frequentando un suo collega di lavoro, che le piace, anche se dubita che potrà mai provare il trasporto che viveva nella relazione precedente. Mentre lo racconta piange, ma non come una bambina che cerca conforto materno.

Forse il problema di Carla è esattamente il contrario di quello che lei ipotizza.

Le chiedo a cosa associ il pianto, oltre che all’infanzia. Mi dice che le viene in mente il lutto, cioè la perdita di qualcuno o qualcosa. Forse ciò che Carla sta perdendo è proprio la sua parte infantile. Si sta rendendo conto di essere dentro rapporti simmetrici, dove lei non gioca più la parte della bambina da accudire, ma dove si trova confrontata con relazioni e contesti che le chiedono qualcosa. E sembra che si stia rendendo conto che ha le capacità per stare dentro questi rapporti. Questa ipotesi, che Carla accoglie con meraviglia, ma anche con gratitudine, apre alla possibilità di esplorare i suoi contesti, che pure stanno cambiando: per esempio al lavoro le stanno chiedendo di occuparsi di un nuovo progetto su cui si sta investendo molto; di questo progetto Carla comincia a chiedersi il senso, invece di preoccuparsi di esserne all’altezza. Mentre nella sua famiglia la malattia degenerativa di cui soffre sua madre la sta confrontando con una posizione accudente, che sta facendosi largo tra le vecchie pretese di essere accudita.

Questo caso dice del rischio enorme che l’ignoramento dei cambiamenti comporta: la difficoltà di vedere il passaggio cruciale che stava sperimentando avrebbe potuto portare Carla a sprecare il lavoro prezioso che aveva fatto sino a quel punto.

Ora pensiamo, più in generale, ai principali contesti di appartenenza con cui siamo confrontati ed al loro mutamento vorticoso e confuso negli ultimi 30 anni. Sta cambiando la famiglia, in quanto soggetto sociale investito di aspettative e mandati: per esempio non c’è più una sola famiglia, i figli non rappresentano più il destino e la finalità dell’essere famiglia, e si fa fatica a trovare nuovi significati. Sta cambiando anche il lavoro, non solo nelle forme che i mercati assumono, ma nel suo significato: la flessibilizzazione e la globalizzazione hanno cambiato radicalmente il rapporto tra i lavoratori e le loro organizzazioni di appartenenza.

Si tratta di situazioni di cambiamento in cui ci si può vivere immobili, esclusi, perché non si hanno categorie per comprenderle, contestualizzarle, averci a che fare, costruire alternative. La psicoanalisi può occuparsi di costruire queste categorie insieme con chi desidera sentirsi partecipe del cambiamento dei propri contesti.

 

NOTE:

[1] O non dovrebbero dare. Possiamo anzi dire che la crisi della democrazia inizia proprio quando questa promette soluzioni semplici e immediate, screditando il dibattito tra posizioni ed idee differenti, proposto come lungo, inutile e dispendioso, e delegittimando tutte le istituzioni che garantiscono e governano questo dibattito.

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casi clinici, famiglia

Donna, madre, e…? Riflessioni sul rapporto tra il dentro ed il fuori della famiglia.

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Negli ultimi giorni, come sempre accade intorno all’8 marzo, sono comparsi molti articoli riguardo la condizione, i problemi e i vissuti della donna nella società contemporanea.

Hanno parlato anche alcuni psicoanalisti illustri, come Massimo Recalcati, di cui segnalo l’articolo comparso su repubblica il 28 febbraio:

Ciao figlio. E’ tempo della mamma narciso.              http://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2015/03/Ciao-figlio.pdf

Si parla del rapporto tra la donna e la madre; un rapporto conflittuale secondo Recalcati, in cui, a seconda del periodo storico ha la meglio l’una o l’altra componente dell’identità. Nella società patriarcale la donna era sacrificata alla madre, la quale esisteva per i figli, per la famiglia. Deriva di questo sacrificio era una spinta a fondersi con i figli, una difficoltà a separarsene, una tendenza fagocitante, controllante. La patologia del materno, dice Recalcati, era la trasfigurazione dell’accudimento in una gabbia dorata in cui non è prevista separazione.

Oggi, mutate le condizioni sociali, la donna non reclama più il possesso dei propri figli, ma rivendica la possibilità di liberarsene, di volere altro per sé, di guardare altrove. La madre narcisista che considera i figli un peso mortificante, a dire di Recalcati è la nuova patologia del materno: “Se la maternità è vissuta come un ostacolo alla propria vita è perché si è perduta quella connessione che deve poter unire generativamente l’essere madre all’essere donna.”

Leggendo l’articolo pensavo insistentemente a Dalila, una donna di circa 40 anni, sposata, con due figli. Mi chiese una consulenza perché non riusciva più a gestire sua figlia quattordicenne: stava iniziando a truccarsi e a vestirsi in modo molto provocatorio, frequentava compagnie “pericolose” di ragazzi molto più grandi e a scuola rischiava una seconda bocciatura. Temeva che sua figlia avesse qualche problema, aveva paura che finisse in qualche brutto giro, che qualcuno fraintendesse la sua spigliatezza e ne approfittasse.

Dalila era una donna di bell’aspetto. Una bellezza che sembrava volutamente addomesticata nell’ordine sobrio della pettinatura e del vestiario scuro.

Al primo colloquio per un’ora intera parlò di sua figlia e di quanto le facesse paura l’esplosione della sua seduttività, del suo desiderio. Il desiderio di chi? – mi chiedevo mentre parlava.

Allora le chiesi cosa facesse nella vita: di cosa si occupava, cosa le piaceva? Sembrò spiazzata da questa domanda, quasi infastidita, come se stessi violentemente spostando i riflettori dal palcoscenico al regista dietro le quinte.   Mi disse che faceva la mamma e la moglie e che non aveva tempo per altro. Si era sposata molto giovane; le sarebbe piaciuto lavorare, ma non sa che cosa avrebbe potuto fare. A scuola era una “capra”, l’unica cosa che sapeva fare era creare dei gioielli artigianali. Ma ormai non avrebbe saputo da dove cominciare. Forse avrebbe dovuto continuare? – si domandò a fine colloquio. Forse non avrebbe dovuto lasciarsi mettere in gabbia? Ecco – dice – si sente in gabbia e vorrebbe scappare. Mi chiese se pensavo che avrebbe dovuto lasciare sua figlia al suo destino per occuparsi finalmente di sé stessa.

Dalila aveva iniziato dalla trasgressività di sua figlia per parlare della sua trasgressività.

Era passata nel corso di un colloquio ( e non nel corso di un secolo ) dalla madre fagocitante e controllante messa in scacco dalla figlia ribelle ( unico destino possibile della madre che incorpora ) alla madre che rivendica la sua libertà e che desidera liberarsi dei figli.

E cercava di mettere in gabbia anche me, chiedendomi di avallare l’una o l’altra strada e di semplificare così un problema molto complesso. Potremmo dire che il “fagocitare/espellere” è una modalità dell’inconscio per semplificare la complessità emozionale delle relazioni. Sono due facce della stessa medaglia.

E non credo che il problema fosse, seguendo Recalcati e anche un po’ il buon senso, quello di “connettere generativamente l’essere madre e l’essere donna”, ma piuttosto quello di riconoscere la complessità dei desideri e delle paure in gioco.

Pensiamo alla figlia quattordicenne di Dalila, che evidentemente seduceva anche la madre con i suoi comportamenti, cioè la legava a sé facendola preoccupare; e contemporaneamente ne provocava il desiderio nascosto di trasgressione, sollecitandolo. E che era anche altro oltre che figlia: per esempio era una ragazza che temeva di confrontarsi con i passaggi evolutivi ( era la seconda volta che rischiava di non farsi ammettere agli esami di terza media ) e che si spostava artificiosamente in avanti attraverso l’uso del corpo e delle relazioni.

Pensiamo a Dalila che si sentiva incastrata nel ruolo di madre e al contempo sollecitata nella suo stesso desiderio di trasgressione; che si sentiva in gabbia non tanto perché costretta dall’atteggiamento della figlia, ma perché la figlia le ricordava che, anche lei, non sapeva cosa altro desiderare, verso quale futuro guardare.

Più che connettere il ruolo di madre ( o figlia ) e di donna direi che oggi la sfida è quella di riempire di senso questi titoli, riconoscendo di essere anche altro. Cittadina, per esempio; ingegnera, insegnante, operatrice ecologica, segretaria. Una giovane donna che sapeva realizzare gioielli artigianali. Una ragazza che ha paura del futuro. E partire da lì per immaginare il futuro, per pensarlo, progettarlo, costruirlo. E’ dentro questa possibilità che ci si accorge che la contrapposizione – culturale – tra madre, donna e “qualsiasialtracosa” è fasulla e che, anzi, solo sentendosi anche altro è possibile sentirsi madri e donne.

E, perché no, padri e uomini. Intendo dire che il discorso può svolgersi anche al maschile. Tuttavia è più raro che ci si ponga il problema del rapporto tra uomo e padre ( caso mai si parla della paternità in sé ) perché il discorso culturale dà per scontato che si sia anche altro oltre che uomo e padre. Mentre per la donna evidentemente non è ancora così.

Ma il punto è che oggi è culturalmente difficile investire su altro che non sia la famiglia. Ed è difficile per le famiglie realizzare che la propria funzione è quella di preparare i suoi membri ad avere a che fare col fuori, ad investire su obiettivi esterni. L’illusione è che si possa stare dentro, pensarsi dentro, al riparo, tutta la vita. E che si debba lavorare per renderlo il migliore dentro possibile.

E’ questa implosione che organizza rapporti violenti e impossibili nelle famiglie. E’ pensarsi solo madri o padri che rende impossibile essere genitori. E’ pensarsi solo donna o uomo che rende impossibile essere persone, coniugi, cittadini, lavoratori, … Ciascuno continui come vuole.

attualità, Spunti teorici

Consumare risorse o produrre risorse: due culture a confronto

(…) “Comunismo e cattolicesimo, sia pure in modo diverso, rendevano il presente come funzionale al futuro. La speranza stava nel futuro. Un futuro situato nel solidarismo che preparava all’aldilà per i cattolici; situato nel cambiamento del mondo e dei destini del proletariato per i comunisti. La speranza nel futuro condizionava il comportamento ed i valori del presente. Tutto questo aveva ripercussioni di grande rilievo sui valori che reggevano il presente e sul modo di responsabilizzare le decisioni entro la vita attuale. (…)

Non sono solo i movimenti politici del nostro paese a determinare questo cambiamento. Pensiamo alla globalizzazione da un lato, allo spostamento dell’economia dalla produzione alla finanza dall’altro. Pensiamo alla profonda crisi economica che attanaglia da quasi 10 anni il mondo occidentale europeo, all’allargamento della comunità europea, all’avvento delle nuove tecnologie della comunicazione che hanno cambiato radicalmente i rapporti tra persone e gruppi sociali. Il passaggio dalla speranza nel futuro alla ricerca di gratificazione nel presente sia nelle singole persone che nel sistema dei rapporti culturali. ( …)

Si è da più parte sottolineato come la speranza nel futuro motivi a sopportare il presente. Ma si è anche visto come la speranza motivi ad un impegno anche faticoso e sofferto nel presente. (…) La speranza nel futuro motiva al miglioramento sia individuale che sociale. Un miglioramento che concerne le persone e i sistemi organizzativi. Lo sviluppo , la crescita, il miglioramento, l’uso sempre più competente delle risorse, l’approfondimento delle conoscenze nell’ambito delle competenze emozionali, il miglioramento delle competenze organizzative, tutto questo appartiene ad una cultura che crede nel futuro e che è convinta del suo sviluppo. ( … )

Chi è attento soltanto al presente sviluppa di contro una atteggiamento di rapina, ove l’avidità da soddisfare è incurante del futuro, attenta solo a dare corpo alla cupidigia violenta e distruttiva di chi non si interessa minimamente a quanto succederà in quanto conseguenza del proprio operare. Per chi è attento solo al presente prevale la convinzione che ogni atto non abbia costo, sia priva di conseguenze per il futuro del contesto entro il quale si vive.

Vorrei che considerassimo attentamente questa componente del vivere solo nel presente. L’avidità che regge l’accumulo di gratificazioni materiali, indipendentemente da ogni previsione sul futuro è tipica della delinquenza, in particolare della delinquenza organizzata. ( … )

Chi vive nel presente senza cura e attenzione al futuro può essere motivato solo dall’avidità, dal consumo delle risorse senza alcuna motivazione al produrre trasformazioni del contesto utili al futuro. La trasgressione, la violazione delle regole del gioco la distruttività ingorda e irresponsabile vivono e agiscono in un presente fine a se stesso profondamente individualista, ove la dinamica delle relazioni è fondata solo sull’efficacia trasgressiva. Lo stato di diritto è stato corrotto e dissolto dal malaffare e dalla corruzione. Ciò che sembra in crisi nel nostro paese è il senso dello stato. ( … )

L’attuazione immediata dell’avidità rende impossibile il desiderare, Il desiderio comporta un progetto sul futuro, una proiezione del proprio agire entro una trasformazione finalizzata e pensata della realtà. Il desiderare è una scommessa con il futuro. (…)

casi clinici, Scuola

La disabilità a scuola: lavorare sull’autonomia o dotare di senso eventi critici?

burattinoL’incontro tra disabilità e scuola produce una domanda a ripensare le relazioni scolastiche, che spesso rimane inevasa. La disabilità, infatti, sembra avere il potere di rivelare le enormi difficoltà che la scuola italiana ha nel rendersi conto di avere continuamente diversità da trattare. Per questo può essere trattata come evento disturbante, da arginare; oppure può diventare ciò che la psicosociologia ha chiamato analyseur [1], cioè evento critico che, usato come fonte di informazione, svela le dinamiche emozionali che organizzano i problemi della scuola.

Non è facile trovare nella scuola la competenza a trattare la disabilità come evento critico. Anche tra gli psicologi prevale una centratura sulla diagnosi e sulle tecniche di riabilitazione. La cultura con cui si tratta la disabilità è una cultura medica, anche nella scuola, che in teoria  avrebbe obiettivi molto diversi da quelli della cultura medica  ( diagnosticare – curare ).

Prendiamo la questione dell’ “autonomia”, che nella mia esperienza è il leitmotiv degli interventi sulla disabilità a scuola. Il problema è che si dà per scontato il significato di questo termine e si ignora che esso è al centro di un profondo conflitto tra disabili e coloro che vorrebbero educarli all’autonomia. Il termine deriva dal greco ( autos, propria e nomos, legge ) e significa: seguire la propria legge. Ma la legge di chi?

Per i tecnici della riabilitazione autonomia vuol dire, ad esempio, andare in bagno o vestirsi o mangiare da soli: fin qui, verrebbe da dire, menomale che c’è qualcuno che se ne occupa. Ma poi la questione si complica quando autonomia diventa, ad esempio, essere capaci di camminare per strada senza abbracciare gli sconosciuti; oppure, per un bambino diagnosticato come iperattivo, essere in grado di stare seduto in classe 5 ore. Si chiede ai disabili un adeguamento alle proprie regole di convivenza. La legge è la norma, il conformismo che regola un contesto.

Per i disabili invece autonomia vuol dire, semplicemente: libertà di sbagliare. Lo dice chiaro e tondo l’ENIL (European Network on Independent Living, associazione europea di disabili nata nel 90 ), sul cui manifesto si legge che: “Vita Indipendente ha a che fare con l’autodeterminazione. È il diritto e l’opportunità di perseguire una linea di azione ed è la libertà di sbagliare e di imparare dai propri errori, esattamente come le persone che non hanno disabilità.”[2].

Un esempio: in un terzo anno di un Istituto tecnico/professionale per il quale ho lavorato, una insegnante di sostegno si poneva come obiettivo quello di rendere Mino, un ragazzo con diagnosi di ritardo mentale lieve, capace di prendere il quaderno di matematica nell’ora di matematica, quello di italiano nell’ora di italiano, e così via. Mino invece quando vi era un cambio di docente in classe, i quaderni li prendeva tutti e li lanciava per aria! Per l’insegnante di sostegno educare Mino a prendere il quaderno “giusto” equivaleva a lavorare sulla sua autonomia e poco importava domandarsi il senso del suo comportamento. L’autonomia, una volta adottata acriticamente come obiettivo, consente di non farsi domande, anzi, intesa come adeguamento al contesto sociale, impone di non farsi domande, poiché le domande mettono in discussione le regole di contesto.

Aggiungo che nella mia carriera poche volte ho visto interrogarsi qualcuno sul senso di un comportamento di un disabile: i disabili fanno ciò che fanno perché sono disabili. Il mio lavoro dunque spesso consiste nel portare domande, invitare a leggere significati in un comportamento, considerandolo non come prodotto ovvio di una disabilità, ma come proposta di relazione. Questa competenza psicoanalitica a leggere relazioni può attenuare la violenza che spesso si sviluppa intorno al trattamento della disabilità.

Perciò nel caso di Mino ho lavorato a costruire insieme ai docenti ed alla sua classe ipotesi sul significato del suo comportamento. Pensate che un’ipotesi interessante è arrivata dai compagni di classe di Mino, che ci hanno fatto notare come Mino iniziasse a partecipare alle lezioni, a suo modo, solo verso la fine dell’ora. Il cambio di docente era perciò per lui un’interruzione di un tentativo di esserci e di mettersi in relazione con il suo contesto, una frustrazione di un desiderio di partecipazione. Un desiderio conflittuale, perché molto difficile da realizzare nella pratica per Mino.

Dotare di senso il comportamento di Mino ha consentito alla classe di riorganizzarsi per consentire a Mino di provarsi nella partecipazione. L’obiettivo non era più prendere il quaderno giusto, ma scoprire cosa poteva essere interessante per Mino e consentirgli di cimentarsi in quell’interesse. Che d’altra parte non sarebbe male come obiettivo per tutti gli studenti.

[1] Per la psicosociologia francese  l’ analizeur è quell’evento che disturba prassi istituite entro contesti organizzativi e al contempo ne è un prodotto; dunque parla delle dinamiche implicite che fondano l’organizzazione.

[2] http://www.enil.it/enil.htm

Per approfondimenti:

http://www.rivistadipsicologiaclinica.it/ojs/index.php/quaderni/article/view/348

http://www.rivistadipsicologiaclinica.it/ojs/index.php/quaderni/article/view/507

http://www.enil.it

casi clinici

Insieme per forza; la fantasia del ripiego nelle relazioni

Escher, Bond of Union

Lucio – un giovane di 30 anni, mio paziente da circa 3 – arrivò da me con un sintomo:  non riusciva a controllare la sua rabbia, che esplodeva improvvisamente e violentemente per motivi apparentemente futili. Con questi scatti d’ira Lucio rovinava e rompeva le sue  relazioni; cominciava a temere  che prima o poi sarebbe rimasto solo.

Insieme ipotizzammo che Lucio desiderasse inconsciamente liberarsi delle sue relazioni, poichè le simbolizzava e le organizzava in un modo che le rendeva insostenibili.   Abbiamo chiamato questo modo fantasia del ripiego; la sintetizzerei così: “faccio ciò che faccio perché non ho altra alternativa”.

Un esempio: Lucio è sposato da circa 7 anni con una donna straniera, Leila. Le chiese di sposarlo dopo pochi mesi di conoscenza, consentendole così di rimanere in Italia ( il permesso di soggiorno di Leila era in scadenza e di lì a breve sarebbe dovuta rimpatriare ).   Lucio dice di volere molto bene a questa donna. Le è grato perché si è sentito aiutato in un periodo molto difficile della sua vita: senza di lei non sarebbe mai riuscito a sganciarsi da una famiglia entro la quale si sentiva oppresso, privo di vitalità e incapace di uscirne. Hanno avuto un periodo iniziale di complicità che Lucio ricorda con nostalgia. Ora litigano in continuazione e parlano di separazione. Si sentono ingabbiati e logorati dalla loro relazione. Qualche tempo fa Lucio mi dice che a lavoro racconta a tutti di essere sposato ( e lo dice come se non fosse vero ), per spiegare come mai fugga sempre velocemente a casa dopo il lavoro e per evitare di essere invitato dai colleghi a bere birra o ad andare al cinema. Mi colpisce molto questo suo trattare il suo matrimonio come una cosa non vera e glielo dico. Lucio mi dice che è una menzogna dire che è sposato, ma è una menzogna anche dire che non è sposato. Capisco l’angoscia profonda di quest’uomo, che vive la sua vita e le sue relazioni come una finzione, una messa in scena. Capisco la sua rabbia, che lo porta a irrompere violentemente sulla scena per denunciare che è tutto finto, che nulla è autentico, che si sente un automa, cioè privo di verità, cioè privo di vita, cioè morto. Anzi, gli scatti d’ira sembrano l’unico istinto vitale rimasto a Lucio.

Ma qual è la menzogna di Lucio? Nel tempo l’abbiamo ricostruita e pensata, soprattutto ripensando il rapporto con Leila. Lucio pensa di aver sposato Leila per consentirle di rimanere in Italia. Cioè pensa che Leila lo abbia sposato per rimanere in Italia ( aggiungo che il paese da cui Leila proviene è un paese in guerra, in cui si è in pericolo di vita ). Lucio pensa anche che sta con Leila perché senza di lei nessuno si sarebbe mai interessato a lui. Il loro rapporto si è fondato sulla fantasia che nessuno dei due avesse una alternativa. Insieme perché da soli sarebbero stati spacciati. Insieme per forza. Insieme per mancanza di altre opportunità.

In realtà è proprio questa fantasia ad essere una condanna a morte delle relazioni. Le riduce ad un ripiego, un’ultima spiaggia che è più una prigione che una salvezza. Pensate cosa vuol dire stare insieme a qualcuno pensando che quel “poverino” non ha altra chanche. La fantasia di ripiego si fonda su una profonda svalutazione di sé e dell’altro, come proiezione di sé stessi. Consente di tenere in vita, denunciandola, un’immagine di sé morto, privo di desiderio e di desiderabilità.

Probabilmente qualcuno si riconoscerà in qualche spunto di questo scritto, pensando al modo in cui vive relazioni in famiglia, con gli amici, a lavoro; anche se la sua storia non è drammatica come quella di Lucio. Non mi meraviglierei: è abbastanza comune vivere come un ripiego una relazione amorosa, un lavoro o, dato che siamo in tema, un Natale in famiglia. Credo che la fantasia del ripiego sia una figura della contemporaneità, che porta a disinvestire da ciò che si ha, per fantasticare che c’è qualcosa di migliore da cui si è esclusi. Che porta a svalutare, cioè ad evitare di vivere la propria realtà.

Con Lucio il lavoro è stato lungo e complesso ed è passato anche attraverso la svalutazione della terapia ( ovviamente Lucio pensava di essere arrivato da me perché non aveva alternative ), ma oggi è in grado di pensare questa sua fantasia piuttosto che sentirsene prigioniero e di riconoscere elementi di desiderio nelle sue relazioni.

Approfondimenti teorici:

 Winnicott, D.W. (1971), Sviluppo affettivo e ambiente. Armando ed., Roma.
Di Maria, F. ( a cura di ) ( 2001) Psicologia della convivenza. Franco Angeli.   Introduzione di Renzo Carli
Spunti teorici

Di cosa si occupa la psicoanalisi?

la pietra della follia
Se dico psicoanalisi cosa vi viene in mente? Ho posto questa domanda a conoscenti e, a volte, anche a sconosciuti. Ho provato a indirizzarla a professori e contadini, a commercianti ed ingegneri, a studenti e bidelli. Le parole che ho sentito più spesso di rimando sono: “Freud”, “lettino”, “cervello”, “cura”.

Io sono una psicologa specializzata in psicoterapia psicoanalitica.  Effettivamente a Freud devo molto: sono suoi i primi libri attraverso i quali mi sono avvicinata a questo mondo.  Ancora oggi ritornare su un libro di Freud vuol dire fare piccole grandi scoperte che mi aiutano a riorganizzare il pensiero.  Che proposta magnifica  quella dell’inconscio!  Una disconferma storica del mito della univocità, della oggettività, della intenzionalità; della possibilità di controllare tutto. Eppure c’è un Freud che preferisco ed uno che non tengo come punto di riferimento. Per esempio non credo che l’inconscio sia il luogo del rimosso, dove finisce tutto ciò che la coscienza rifiuta. A Freud sono seguiti altri magnifici pensatori, che attraverso la pratica clinica hanno proposto nuovi modi di pensare e trattare l’inconscio. Con i contributi di Matte Blanco, Melanie Klein, Lacan, Franco Fornari, Renzo Carli, la psicoanalisi si è arricchita. E’ cambiata. Per esempio ha pensato l’inconscio come un modo di essere della mente, molto diverso da quello razionale, ma che insieme a quest’ultimo, conosce e costruisce la realtà ( cioè le relazioni ), sempre.

Passiamo alla seconda risposta gettonatissima: “il lettino” Nel mio studio un lettino c’è, ma non è detto che io lo usi. L’utilizzo del lettino ha un senso, ma non è scontato. Insomma: non è il lettino che fa lo piscoanalista. Soprattutto, non c’è lettino nei tanti contesti che mi hanno domandato di intervenire, ed entro i quali ho lavorato con le mie competenza psicoanalitiche: la scuola, l’università, le case delle famiglie, le cooperative, le aziende, i luoghi di lavoro, le associazioni professionali, etc. Lo aveva ben scritto Racamier nel suo bellissimo lavoro “Lo psicoanalista senza divano”, dove si coglie che le categorie psicoanalitiche consentono di pensare e sviluppare relazioni, organizzazioni, istituzioni. Intendo dire che credo non siano le variabili strutturali di setting che fanno la psicoanalisi ( lettino e incontri frequenti, per intenderci ), ma che siano i modelli e le categorie di intervento che rendono un setting psicoanalitico, anche se non in senso classico.

Ma le risposte sulle quali, lo ammetto, avverto un piccolo dolorino intercostale, sono “cervello” e “cura”. Mi immagino immediatamente con camice e bisturi a sezionare materia grigia in cerca di un corpo estraneo da eliminare. Come nel geniale capolavoro di Bosch, “La pietra della follia”. Credo sia una cultura attualissima quella di individuare deficit da colmare o mali da prevenire o rimuovere. La psicoanalisi per come la intendo,  si occupa di emozioni; e le emozioni non si risolvono e non si prevengono. Per fortuna direi. Le emozioni sono il  modo in cui conosciamo il mondo ed organizziamo relazioni. Le emozioni sono l’inconscio. Anche la fantasia di poter “risolvere, curare, prevenire” è un emozione. Ed è in grado di organizzare interi contesti di convivenza; creando a volte problemi, crisi, e difficoltà di sviluppo, rispetto a cui qualcuno, ad un certo punto, sente il bisogno di capirci qualche cosa.

Di cose come queste mi occupo io. Spero, pian piano, attraverso i racconti di domande che mi arrivano, di esperienze di intervento e di riflessioni, di potere articolare e rendere più comprensibile questa suggestione.