Quale psicoanalisi

simbolizzazioni

Nel 2006 collaboravo con la Cattedra di Psicologia Clinica dell’università La Sapienza; mi ero laureata da poco e, tra le altre cose, mi occupai di studiare e sistematizzare i dati di una serie di ricerche organizzate dalla cattedra negli ultimi 15 anni. Una parte di queste ricerche esplorava i modelli culturali di gruppi della popolazione nei confronti del contesto sociale generale. Si chiedeva alle persone cosa pensavano fosse più importante per ottenere successo in Italia: costruire competenze o appartenere a gruppi di potere. Vedemmo che dagli anni 90 in poi vi era una tendenza quasi assoluta ( circa il 90 % ) a scegliere i “gruppi di potere” come garanzia di successo.

Mi colpì molto questo dato. Credo che quella cultura che punta sul potere più che sulla formazione sia alla base della crisi culturale ed economica che viviamo. All’epoca non si parlava ancora di crisi, ma se ne percepivano i prodromi. Così quei dati orientarono la mia formazione e la mia carriera professionale in modo netto. Pensai che un modo in cui potevo utilizzare e sviluppare le mie competenze psicologiche era quello di favorire lo sviluppo di culture che investissero nella competenza. Cominciai ad occuparmi in quest’ottica di vari ambiti di intervento e mi formai ad una psicoanalisi utilizzabile in tal senso.

Nel corso della mia formazione e del mio lavoro, nell’incontro con docenti e colleghi preziosissimi, ho costruito l’idea di una psicoanalisi intesa come scienza che si occupa della convivenza, dello sviluppo dei sistemi di convivenza. Quella convivenza che oggi mi pare bloccata e mortificata dalla simbolizzazione delle relazioni come luogo della diffidenza, della spartizione dei poteri, della intolleranza dell’alterità. Ma che pure produce domande a ripensare questi problemi e a costruire alternative. Una giovanissima paziente, portata in terapia dalla madre disperata per il comportamento autolesionista e provocatorio della figlia, dopo alcuni mesi di incontri con tutta la famiglia, mi commosse dicendo: “Aiutami a desiderare un altro modo di vivere”. Di  domande come questa si occupa la psicoanalisi per come la intendo; di riconoscerle, di costruirle.

Anche quando lavoro nel mio studio con un paziente, non credo di lavorare con un individuo e le sue caratteristiche, magari disfunzionali, da curare. Lavoro nel rapporto tra quel paziente e le sue relazioni, i suoi contesti di convivenza. Il mio obiettivo non è modificare qualche tratto di questo paziente o fargli prendere coscienza di episodi del passato, ma di costruire con lui, attraverso il nostro rapporto, la competenza a leggere simbolicamente le sue relazioni e i suoi problemi e a intervenire per produrre cambiamenti. Così nelle organizzazioni, dove, con chi mi domanda di intervenire, lavoro a costruire il senso di eventi critici nelle relazioni e a riconoscere il desiderio di sviluppo e cambiamento.

Articoli correlati:

https://psicoanalisieconvivenza.wordpress.com/2014/12/02/di-cosa-si-occupa-la-psicoanalisi/

Per approfondimenti:

Carli, R., ( 2012 ), Editoriale. Rivista di Psicologia Clinica,2, 1 – 2.

Carli, R., & Paniccia, R. M. (2004). Analisi della domanda. Teoria e tecnica dell’intervento in psicologia clinica.Bologna: Il Mulino

Carli R., & Paniccia R. M. (1984). Per una teoria del cambiamento sociale: lo “spazio anzi”; in: Lo Verso G., Venza G., Cultura e tecniche di gruppo nel lavoro clinico e sociale in psicologia. Roma: Bulzoni.

Fornari, F., (1983), La lezione freudiana, Feltrinelli, Milano.

Matte Blanco, I. ( 2000), L’inconscio come insiemi infiniti: saggio sulla bi-logica, (a cura di P. Bria), Torino, Einaudi, 2000.

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